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Philippe Daverio
L'INTERVISTA

Giardini, ricchezza da custodire. Daverio: «È lì che si respirano i fasti del passato»

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PALERMO. Secondo Philippe Daverio, «Palermo soffre di onfalite». Che non è una malattia degli elefanti, ma un' infezione cronica e maleodorante che prende all' ombelico. Ovvero, mira al centro nevralgico dove si accentrano gli spasmi.

Rende bene, il parallelo.

«Dico che Palermo soffre di onfalite perché non riesce a mettersi in discussionespiega il critico d' arte che nel capoluogo siciliano è da anni di casa e che ieri mattina è intervenuto in diretta a Ditelo a Rgs -. È una città che evita i paragoni, si crede all' apice, non pensa di aver bisogno di un confronto. E invece sbaglia, se si guardasse attorno, scoprirebbe che sta abdicando al suo ruolo principale nel Mediterraneo; ruolo che invece dovrebbe pretendere con forza. Palermo guarda ase stessa, ma soffre di una patologia meridionalista: basti pensare che i genovesi speranodi vivere a Buenos Aires, i veneziani non lo sanno, i bolognesi ci stanno pensando. Palermo no, è felice di stare al suo posto, è uno specchio appannato di una monarchia passata, brillante e decadente».
Benissimo professore, ma se Palermo è così malata, perché cercare di ricoverarla? Magari non c' è rimedio.
«Non diciamo stupidaggini. Palermo ha il dovere di curarsi e rimettersi in sesto. Non può vivere di ricordi, legati al periodo del suo grande splendore, della lunghissima Belle Epoque, dall' arrivo di Nelson al fascismo. Poi la città ha cominciato ad implodere, la migrazione ha fatto il resto, nel dopoguerra c' è stato il crollo. Se oggi facesse un po' di autocritica, riuscirebbe a recuperarsi».
Daverio, rieccoci a Villa Giulia dopo alcuni mesi. Lei l' ha visitata di recente.
«Sono stato lì una settimana fa, è un luogo debordé, straripante, magico, in una città naturalmente splendida che ha una forte inclinazione verso il degrado. Villa Giulia è tenuta molto bene, ma parlo dei giardini, meno se si guarda alle statue e alle opere in muratura. Vive uno stato di riflesso rispetto all' Orto Botanico, che è un luogo meraviglioso e meriterebbe di essere più noto ai visitatori. Ma a guardar bene, si nota ancora l' impianto e il disegno massone dei giardini. Non dimenti chiamo che certi circoli in epoca pre e post unitaria, hanno giocato un ruolo predominante in tutto il sud Italia».
Goethe andava a Villa Giulia e, passeggiando, si fermava per leggere Omero.
«Probabilmente guardava in cielo e si beava del sole, come tutti i tedeschi. Nessuno pensa più che i giardini sono una ricchezza; e sottolineo "giardini", non "verde", perché lo considero una categoria urbanistica, verde è anche un' aiuola con un po' di erbacce e quattro cartacce dimenticate».
I giardini, allora. La ricchezza della città.
«Le aree dei giardini sono la parte più esteticamente equilibrata della città. Sono beni storici che non hanno subito il degrado dei palazzi. Penso al Giardino Inglese, alla stessa Villa Giulia, al parco di Villa Tasca: tutti luoghi in cui i cittadini possono ancora respirare a pieni polmoni la grandezza di un tempo. Ma bisogna saperli conservare: ho guardato con ribrezzo ai ficus di piazza Marina, potati in modo esagerato, con una crudeltà senza confini. Io, data la mia età, non li vedrò mai più con quel rigoglio meraviglioso di poco tempo fa».
Per non parlare delle palme distrutte dal punteruolo rosso. O degli alberi di piazza Politeama.
«Un incrocio tra vegetazione e rovina: qui avete perso tutte le palme, in Liguria e in Toscana le hanno salvate. Si chiamano certi tizi che con un cacciavite tirano fuori l' animaletto: è un metodo costoso, Palermo ha scelto la strada più facile, abbatterle. Sugli alberi del Politeama so poco, ma credo che sia successo quello che è avvenuto a Milano: o le rotaie o gli alberi. E questi ultimi ricrescono, forse».
Daverio, sia provocatorio.
«Allora dico che Palermo avrebbe voglia di dichiararsi capitale del Mediterraneo, ma ha paura di farlo. Servirebbe un gigantesco Piano Marshall di restauro dei beni storici e artistici del centro storico. Dovrebbero intervenire i privati, ma a Palermo i capitali privati puliti sono difficili da reperire. Palermo dovrebbe focalizzarsi sulle sue ricchezze nobiliari, se non ci fosse stata una stupida sperequazione immobiliare, via Libertà sarebbe potuta essere la più bella strada di una città del Mediterraneo».

La sua ricetta?
«Un progetto, che metta in primo piano, per forza, una città che non si esprime. Io giustifico Palermo perché la sberla presa negli anni del sacco edilizio di Vito Ciancimino, è stata molto forte; ma è giunto il momento di alzare la testa e smetterla di compiangersi. Bisogna che qualcuno si dia una mossa e recuperi certa tradizione che è ricchezza. Ritornando a Villa Giulia, propongo una "Giornata dei giardini di Palermo a primavera", una comunicazione gioiosa, positiva, di grande richiamo. Siate fieri della vostra tradizione, non fatela marcire, smettetela di pensate che i carretti e la coppola siano da chiudere in un armadio; sarebbe come se i banchieri bavaresi si vergognassero dello Jodel. La fierezza è una pillola antidepressiva, che va presa a manciate. E recuperate la bellezza, il fascino di ieri, la mondanità e la nobiltà di Palermo. La cura mondana è di per sé antimafiosa, perché la mafia sbaglia sempre la cravatta».

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