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LA SCOPERTA

Nel Dna del pomodoro c'è l'impronta dell'uomo

È stata individuata nelle regioni genetiche dove sono più forti le tracce degli interventi fatti dagli agricoltori che hanno selezionato le specie con frutti più grandi e saporiti

ROMA. Nel Dna del pomodoro c'è l'impronta dell'uomo. È stata individuata nelle regioni genetiche dove sono più forti le tracce degli interventi fatti dagli agricoltori che hanno selezionato le specie con frutti più grandi e saporiti. Alla scoperta, pubblicata su Nature Genetics, partecipa anche l'italiano Andrea Mazzucato, dell'università della Tuscia. Il risultato, sottolinea Mazzucato, potrà aiutare a migliorare: produttività, resistenza ai parassiti, tolleranza agli stress ambientali, adattabilità, qualità, sapore dei pomodori.

Coordinato da Yongchen Du e Sanwen Huang dell'Accademia delle Scienze cinese, lo studio è stato condotto su 360 diverse piante di pomodoro, fra specie selvatiche e domesticate. Dall'avvento dell'agricoltura, rileva Mazzucato, «l'uomo ha modificato geneticamente le specie che ha adottato in coltivazione, prima semplicemente scegliendo le varianti genetiche che presentavano dei vantaggi poi, con il miglioramento genetico moderno, 'creando' nuova variabilità». Incroci naturali o mutazioni spontanee, come quelle che a esempio nel pomodoro hanno aumentato le dimensioni della bacca, prosegue, non sarebbero state mantenute dalla selezione naturale perchè non presentano vantaggi adattativi.

Invece l'uomo ha selezionato queste piante e le ha coltivate e a ogni selezioni corrispondono dei cambiamenti genetici. Il 'libro genetico' del pomodoro è noto, spiega Luigi Frusciante, esperto di genetica agraria all'università Federico II di Napoli, uno dei 'papà' della mappa completa del Dna del pomodoro, ottenuta due anni fa. Così, quando nelle pagine di questo libro, aggiunge, cambia 'una frase', ossia un gene, lo notiamo subito e diventa possibile ricostruire le selezioni degli incroci spontanei fatte dall'uomo.

Questa ricostruzione, aggiunge Mazzucato, è utile "non solo per capire l'evoluzione passata ma anche per ottimizzare e potenziare l'evoluzione futura, ossia il miglioramento genetico della specie". Se per esempio si conosce un gene la cui variazione in passato ha migliorato il sapore "è possibile - spiega Mazzucato - che vi siano geni simili la cui variazione può incrementarlo ancora; così possiamo cercare queste varianti e selezionarle".

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