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L'INTERVISTA

Maria Rita Parsi: battaglia culturale contro il femminicidio

La psicoterapeuta: «Sono morti annunciate. Nessuno si sveglia un bel giorno e decide di uccidere. Le donne spesso lasciate sole»

Vicino all’impiccato/assassino, la Divina Commedia aperta su un canto dell’Inferno. Lo smarrimento nella selva oscura? Il conte Ugolino che mangia la testa dei suoi figli? Non sappiamo. Avrebbe fatto bene a cambiare cantica, l’impiccato/assassino, e arrivare al Purgatorio, a Pia de’ Tolomei. Lì si parla di femminicidio, termine goffo non in uso nella Siena medievale, che adoperiamo adesso, massacrando Dante, per identificare sintetizzando. Chi scanna la moglie è un femminicida. Il numero crescente di questi uomini e delle loro azioni li abbiamo urlati in piazza, recitati al cinema, ballati in teatro, guardando una sedia vuota. E loro, i numeri, continuano a crescere. Le prime pagine dei giornali sono monotone: sconquasso politico, disastro economico, e cronaca nera con un uomo, accecato da ira funesta, che uccide una donna. I codici della violenza vanno di fretta...

«Non so - spiega la psicoterapeuta e scrittrice Maria Rita Parsi, autrice di "Fragile come un maschio" - cosa avvenga nella mente di chi commette un simile duplice omicidio e poi si toglie la vita. È inquietante: la morte è vista come "fine del buio", della cupezza interiore. Anche se dopo non può che esserci l'inferno».

Muore una donna, addirittura due, e noi indaghiamo sull’uomo: la sua psicologia, l’arma usata, la sua infanzia, le sue «motivazioni». Delle vittime sappiamo nome, cognome, età e il tipo di morte che è stata loro inflitta. Non sappiamo più raccontare?

«La stampa dovrebbe evidenziare l’incultura, il malessere che le donne sopportano per anni. Un uomo non si sveglia al mattino con un’arma in mano, ogni episodio del genere è una morte annunciata: quella di una donna sola, spesso anche dopo una denuncia».

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