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L'INTERVISTA

Cancellato: l'Italia per crescere pensi agli Usa

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Parla il ricercatore economico: «Il boom degli Stati Uniti può fare ripartire anche l’Italia, soprattutto nel settore delle esportazioni»

«Il boom americano può fare ripartire l'Italia». Una crescita degli Stati Uniti può fungere da volano per il rilancio della nostra economia, e di conseguenza anche di quella europea. In un quadro economico globalizzato, in cui i meccanismi di crescita sono correlati, un deprezzamento dell'euro potrebbe favorire le esportazioni e, inoltre, la svalutazione della nostra moneta potrebbe portarci all'inflazione. È quanto sostiene Francesco Cancellato, ricercatore socio economico e collaboratore de Linkiesta.
Quali sono i motivi alla base della nuova crescita economica degli Stati Uniti?
«Va fatta una piccola premessa che forse non ho mai chiarito a sufficienza: si fa riferimento a un quadro economico globale che non va tradotto in una ripresa che può avvenire dall'oggi al domani come per effetto dell'azione di una bacchetta magica. Possiamo dire che in America la crescita ha origine da massicce azioni di liquidità effettuate dalla Federal reserve, trainata da una grande rivoluzione tecnologica in atto, agli inizi dell'amministrazione Obama. Nel campo delle innovazioni tecnologiche l'America continua a essere una guida e di conseguenza il treno dell'economia mondiale. Successivamente, alcuni problemi di budget hanno alimentato la sensazione di un debito pubblico fuori controllo. Adesso i costi di interesse si sono alzati: non c'è stata solo una crescita ma anche una stabilizzazione. I decisori possono pensare a rafforzare questa stabilizzazione, la crescita nella seconda metà dello scorso anno si è attestata al 4 per cento, quando i parametri solitamente sono del 3. Per l'anno prossimo potrebbe scendere al 2,5/2,3 per cento».
In che maniera la crescita negli States può essere correlata a quella potenziale italiana?
«Più che avere effetti diretti sulla crescita italiana penso che la crescita americana possa darci quattro tipi di aiuto: uno, che può sembrare banale, può darlo come anche non darlo, è dato dal fatto che il dollaro si rafforza mentre l'Italia cresce in negativo, o decresce. Il primo effetto è che se la maggiore economia del mondo ha una spesa maggiore aumentano le esportazioni e anche le nostre potrebbero finire lì, negli Usa. Lo stesso discorso può valere per gli altri nostri partner europei. Secondo aspetto: un dollaro forte crea maggiore competitività per quanto riguarda le esportazioni e le produzioni legate al dollaro stesso. Di riflesso anche i nostri prodotti potrebbero diventare più competitivi, anche se siamo ancora sul piano dei "se" e comunque lontani dai livelli raggiunti negli anni Ottanta. Terzo aspetto, forse il più importante: se l'euro si deprezza potrebbe produrre - il condizionale è d'obbligo - un'inflazione che a noi serve. Draghi auspicherebbe che questa si attestasse intorno al 2 per cento. L'apprezzamento del dollaro e il deprezzamento dell'euro potrebbero facilitare i compiti di Draghi. Quarto: l'inflazione aiuta il debitore a rendere più sostenibile il suo debito. Il pil, del resto, non viene calcolato al netto dei prezzi: se i prezzi aumentano aumenta anche il pil. Così il rapporto debito/pil potrebbe diminuire. Viceversa potremmo avere uno scenario opposto che finirebbe per aggravare ulteriormente la situazione».

 

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