Sabato, 17 Novembre 2018

"Voglio essere la prima a decapitare un ostaggio": quando l'aspirante boia viene da Londra

Sicilia, Mondo

NEW YORK. Ha gioito, su Twitter, per la  decapitazione del giornalista americano James Foley, ma non le è  bastato. «Voglio essere la prima donna britannica ad uccidere un  terrorista britannico o americano».  Sul social network si firma 'Muhajirah fi Sham' che vuol dire  'immigrata in Sirià, dove è corsa nel 2012. Ha un marito  jihadista proveniente dalla Svezia, un bel ragazzo bruno che le  appare accanto, lei completamente velata solo gli occhi vispi  visibili dal niqab, in una foto che circola sul web come fosse  quella di tanti altri. E come quello di molti giovani è lo  slang che usa nel digitare in 140 caratteri il cinguettio  agghiacciante che inneggia alla jihad.   


  Eppure Khadijah Dare - questo il nome della 22enne madre di  un bimbo anche lui comparso su Twitter accanto a un AK57 - non  è nata in una famiglia musulmana.       Si è convertita all'Islam durante l'adolescenza vissuta nel  quartiere di Lewisham, nel sud di Londra. È lì che ha  frequentato il locale centro islamico, apparentemente lo stesso  cui erano legati i due assassini del soldato Lee Rigby, ucciso a  colpi di machete in una strada dei quartieri meridionali della  capitale da due giovani britannici di origine nigeriana,  convertiti all'Islam radicale.   Chi la ricorda bambina racconta che era molto carina, a volte  si comportava come un ragazzaccio, ma era graziosa, con le  fossette.     


  Della sua partenza per la Siria non aveva parlato a nessuno,  lo si è appreso a cose fatte, da Facebook. Ed è sempre  attraverso il social che ha trovato il marito combattente. Ha  organizzato tutto la madre di lui, una svedese di origini turche  che si fa chiamare Abu Bakr. Almeno così si dice.     Dalla Siria Khadijah ha chiamato altre donne londinesi a  raggiungerla, là dove «la legge di Allah è in vigore»,  scriveva mesi fa, redarguendo chi, a casa, ignora il suo  appello: «Nessuno è venuto da Lewisham, soltanto una sorella  di 18 anni. Una vergogna».  

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