Mercoledì, 14 Novembre 2018

Strage via D'Amelio, Riina a un detenuto: "Borsellino era intercettato”

PALERMO. Cosa nostra teneva sotto controllo il telefono del giudice Paolo Borsellino o dei suoi familiari. È lo stesso Totò Riina, in una conversazione intercettata, a rivelarlo a un compagno di carcere. «Sapevamo che doveva andare là perchè lui gli ha detto: 'domani mamma vengò», racconta il boss, riferendo le parole dette dal magistrato alla madre.«Il fatto che è collegato là è un colpo geniale proprio. Perchè siccome là era difficile stare sul posto per attivarla... Ma lui l'attiva lo stesso», commenta Lorusso il 29 agosto del 2013.
Il boss detenuto racconta di avere cercato di uccidere Borsellino per anni. «Una vita ci ho combattuto - dice - una vita... Là a Marsala (il magistrato lavorava a Marsala ndr)». «Ma chi glielo dice a lui di andare a suonare?» si chiede Riina. «Ma lui perchè non si fa dare le chiavi da sua madre e apre», aggiunge confermando che a innescare l'esplosione sarebbe stato il telecomando piazzato nel citofono dello stabile della madre del magistrato in via D'Amelio. «Minchia - racconta - lui va a suonare a sua madre dove gli abbiamo messo la bomba. Lui va a suonare e si spara la bomba lui stesso. È troppo forte questa».
Secondo gli inquirenti Cosa nostra avrebbe predisposto una sorta di triangolazione: un primo telecomando avrebbe attivato la trasmittente, poi suonando al citofono il magistrato stesso avrebbe inviato alla ricevente, piazzata nell'autobomba, l'impulso che avrebbe innescato l'esplosione. La tecnica, per i magistrati, sarebbe analoga a quella usata per l'attentato al rapido 904 per cui Riina è stato recentemente rinviato a giudizio come mandante. 
Questo genere di innesco si renderebbe necessario quando è pericoloso o impossibile per chi deve agire restare nei pressi del luogo dell'esplosione.

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