Venerdì, 21 Settembre 2018

Si chiama Bitcoin: è la moneta virtuale costituita da file e «morirà» nel 2040

A Roma è stato installato il primo «bancomat» dedicato: è uno degli unici cinquanta operativi in tutto il mondo

Niente costi di conio per produrre spiccioli. Né di stampa in filigrana, per le banconote. «Bitcoin» è denaro virtuale, decisamente sgradito a chi ancora i «soldini» ama contarseli sul palmo della mano o in punta di dita, ma sempre più capace di imporsi come valuta dell'era digitale. Creata nel 2009, la comunità «Btc» o «Xbt» - nomi in codice di questa moneta, che ha per simbolo una «B» sbarrata centralmente da una linea verticale - cresce in rete a velocità esponenziali: già in circolazione 13 milioni di bitcoin, ben 60 mila le transazioni sinora effettuate nel mondo per un controvalore di quindici miliardi di dollari.

In Italia, intanto, è appena entrato in funzione il primo «Robocoin Kiosk», uno sportello bancomat che è stato installato a Roma in occasione della quarta edizione del «No Cash Day» nella «Luiss Enlabs-la Fabbrica delle Startup», l'incubatore di imprese dell'università privata capitolina. Nel «Kiosk» è possibile scambiare euro per bitcoin ma anche fare il contrario.
«Affascinante e, al tempo stesso, inquietante notare come la rete abbia autoprodotto un sistema in cui ogni transazione avviene tra due computer, tra due individui, senza necessità di un garante, di qualcuno che firmi la banconota: abbiamo sostituito un oggetto fisico con il file di un computer», commenta Vincenzo Provenzano, docente di Economia applicata del Dipartimento di Scienze economiche, aziendali e statistiche dell'Università di Palermo. «Ci troviamo - afferma ancora - dinanzi a una moneta digitale controllata soltanto dai suoi sviluppatori e utilizzatori, o ”minatori” come vengono chiamati in gergo, che può essere accettata unicamente all'interno di una sorta di social network e non ha alcuna base nell'economia reale».

Non tutto oro, anzi non tutto «Btc» è, però, quel che luccica. Su Internet ormai da tempo circolano notizie di truffe, messe a segno da hacker e non solo. In Danimarca, cyberpirati sono riusciti a penetrare nel sistema della compagnia «Bips» violando gli account di ben 22 mila utenti e rubando mille 295 bitcoin per un controvalore di circa un milione di dollari. L'azienda ha, quindi, deciso di chiudere i «portafogli virtuali». Altre stangate, invece, sono state messe a segno da pseudo «banche online» con falsa autorizzazione del governo cinese, mentre in Germania la polizia ha smascherato un'organizzazione che era riuscita in rete a «impossessarsi» di decine di computer, generando «Btc» per 700 mila euro all'insaputa dei proprietari dei pc.
Proprio in considerazione di questi episodi, è scontro fra imprenditori della «nuova frontiera» e banchieri. Vincenzo Provenzano, intanto, invita a non confondere pagamenti elettronici e virtuali: «L'e-payment è sempre legato a un sistema reale, con la sola eccezione - afferma il docente palermitano - che non vengono scambiate banconote cartacee. Con i bitcoin, invece, non esiste nulla di tutto questo. Non è per nulla casuale, d'altronde, che da qualche anno le stesse banche centrali si stiano occupando della questione». Anche l'Abi, l'Associazione banche italiane, ha preso posizione con il proprio direttore della sezione Strategie e Mercati, Gianfranco Torriero, sollecitando «un quadro di riferimento normativo più certo» per le transazioni virtuali. Dave Birch di «Consult Hyperion» ha, però, replicato che «le regole sulle truffe esistono già e vanno semplicemente applicate». L'allarme-frodi, comunque, è fondato. Ne è consapevole la stessa Luiss, che ha precisato come il suo «Robocoin» offra massima sicurezza in quanto richiede l'esibizione di codice fiscale, documento d'identità e foto ma soprattutto perchè utilizza la «scansione palmare», ovvero l'identificazione biometrica del palmo della mano. «Sportelli di questo tipo - ha sottolineato l'Università romana - sono presenti finora su quattro continenti e in tutto sono 50 unità: sette negli Stati Uniti, gli altri in Estremo Oriente, Australia, Europa».

Malgrado le rassicurazioni, molti restano diffidenti. Il «Btc», d'altronde, è avvolto dal mistero sin dalla sua nascita. Basti pensare che ha padre non identificato, in quanto generato nel 2009 da un anonimo che usa lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto: «Non sappiamo neppure se dietro questa sigla vi sia un singolo o un gruppo di persone», esclama Vincenzo Provenzano. Gli esperti, inoltre, sottolineano come la circolazione di questa «virtualmoneta» sfugga al controllo di qualsiasi autorità governativa, essendo praticamente impossibile bloccare la rete o sequestrare bitcoin. Un potenziale paradiso, ad esempio, per la criminalità organizzata. Ad ogni modo, c'è chi si fida: dal novembre 2013, ad esempio, l'Università di Nicosia a Cipro accetta questa valuta per il pagamento delle tasse universitarie.

Un colossale caso di «catena di Sant'Antonio» del Terzo Millennio? Il docente palermitano marca una linea di confine: «Più che di catena di Sant'Antonio - dice Provenzano - noi economisti preferiamo parlare di gioco di Ponzi, dal nome del suo autore che poi è morto suicida. Quello schema si sarebbe autoalimentato all'infinito, se fossero entrate risorse sempre maggiori rispetto a quelle in uscita. Nel sistema Btc, no. Perché è stato posto un ammontare massimo, fisso, di file circolanti, pari a 21 milioni di pezzi o bit e che si chiuderà nel 2040. Questo confine - prosegue - rappresenta una forza e una debolezza, al tempo stesso. Non potrà svilupparsi all'infinito, come nel gioco di Ponzi. D'altro canto, però, non ha i vantaggi della moneta tradizionale che s'è affermata essendo riuscita a svincolarsi dal baratto, dal mero scambio, da un bene reale. Se imponi un blocco, invece, il bitcoin potrà crescere ma fino a un certo punto. È una moneta a tempo e con quantità ad oggi definite!». Innegabile, però, che tutto questo eserciti un innegabile fascino: «È uno strumento di una rivoluzione tecnologica, che non sarebbe nato se non ci fosse stato Internet - esclama Vincenzo Provenzano -. Da questo punto di vista, è positivo che un sistema abbia capacità di inventarsi modalità di trasmissione di ricchezza da persona a persona e senza intermediari. Abbiamo già notato, d'altronde, che proprio in rete per alcuni giochi di ruolo siano stati utilizzati da partecipanti con nomi di fantasia, da avatar insomma, dollari virtuali ma nel prosieguo del tempo, moltiplicandosi enormemente gli scambi e i partecipanti, sia stato consentito pure di utilizzare quei soldi per comprare merce reale. Una rivoluzione, appunto!».

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