Martedì, 25 Settembre 2018

Elezioni europee, è storico il dato di una Italia a sorpresa

Il voto suona un grosso campanello d’allarme. Nuove rotte sono urgenti per favorire investimenti e promuovere la crescita
Sicilia, Editoriali

Matteo Renzi, commentando a caldo il trionfo con un tweet, definisce il suo trionfo un «successo storico». Ha ragione. È storico il dato di un’Italia a sorpresa. Diversa da schemi e stereotipi cari ai sondaggisti senza mestiere, colpevolmente assecondati da giornalisti frettolosi, diffusi nei talk show in prima serata. Non c’è solo un’Italia che piange e che grida. Che sprigiona rabbia ed estremismi. C’è un’Italia che, davanti alla crisi, vuole cambiare rompendo, ecco la novità, miti e riti che si ritenevano inamovibili. Renzi si presenta al voto senza reticenze. Conferma un piano di riforme anche negli aspetti più scomodi. Vuole un’Europa nuova ma non maledice la Merkel. Richiama insistentemente una revisione della spesa. Apre alla flessibilità del mercato del lavoro. Prende le distanze dai sindacati, di cui accetta, ovviamente, ruoli e rappresentanza, rigettando però pretese di veti e concertazioni che sottraggano al governo poteri di decisione.
Questa Italia crede nel cambiamento, vuole pagare dazi e prezzi. È un’Italia che regge perché le «innovazioni» a sinistra non creano smottamenti (lo conferma il voto nelle regioni rosse). Ma proprio le rotture a sinistra provocano aperture negli elettori moderati, che, lasciando il Pdl, non sfociano nella protesta. Questa Italia a sorpresa premia il presidente del Consiglio, spiazzando Grillo e il centrodestra. Il primo crede di fare il pieno di voti esasperando la rabbia. Vuol stupire, per vincere, con l’estremismo delle parole. Ma finisce per non convincere perchè è diffuso un bisogno di concretezza e di realismo. Il secondo ritiene di avere in Grillo il concorrente e lo rincorre sul suo terreno. Consentendo a Renzi di occupare il campo delle proposte su temi cari ai moderati.
Ora, questa Italia a sorpresa, reclama riforme rapide e senza ambiguità. Le elezioni passano, i problemi restano. Bussano alle porte dei governi. Non tollerano rinvii e reticenze. «Non mollo di una virgola» dice il presidente raggiante dopo il successo. Nelle virgole si può mollare (guai a rifiutare dialoghi e confronti). Il punto è tenere dritta la barra riformista nell’economia, nelle istituzioni e nella morale pubblica.
In sette anni abbiamo perduto il dieci per cento dei redditi, più un milione e centomila posti di lavoro. Un italiano su tre, secondo Coldiretti, non arriva a fine mese e conta sulla famiglia. Quattrocentomila piccole imprese (le partite Iva), secondo Cgia, si sono dissolte. Non siamo una piccola provincia. Ma un grande paese che produce un quinto della ricchezza europea e costituisce la seconda attività manifatturiera dopo la Germania. Ma, di questo passo, la prospettiva di un arretramento è inevitabile. Lo dicono gli osservatori più accreditati. Nei prossimi vent’anni la Cina supererà gli Stati Uniti. L’India, adesso in decima posizione, diventerà la terza potenza economica. E l’Italia, quest’anno ancora ottava, uscirà invece dal vertice dei primi dieci. Il declino è inarrestabile?
Non lo è se si prende la strada più volte promessa. Il nodo cruciale è la riduzione della spesa pubblica. La nostra macchina dello Stato conta in Italia un terzo rispetto a quella degli altri Paesi europei. I dirigenti pubblici sono i più pagati in Europa. Il debito è il terzo del mondo, e, proprio in questi giorni, ha raggiunto, secondo Bankitalia, un nuovo record (duemilacento miliardi). Per vivere dobbiamo ottenere in prestito dai mercati un miliardo al giorno. È così inevitabile il ricorso alle tasse che tolgono potere d’acquisto alle famiglie e opportunità di espansione alle imprese. Questo, non altro, è il punto.
Qui Renzi gioca la sua partita in Europa. Questo voto non vede prevalere, nel suo complesso, un rifiuto della Ue e dell’euro. Ma suona un grosso campanello d’allarme. Nuove rotte sono urgenti per favorire investimenti e promuovere la crescita. Ma i paesi deboli (come il nostro) non possono solo battere i pugni sul tavolo ma chiudere i cassetti della spesa. Potranno ottenere cambiamenti da parte dei paesi ricchi solo se effettueranno un cambiamento in casa propria.
Non meno urgente è l’avvio di un percorso per nuove istituzioni. Più flessibili, snelle ed efficienti. Non è vero che la nostra è la Costituzione «più bella del mondo». Il nostro sistema, prodotto, non dimentichiamolo, dall’idea che in Italia non ci fossero «governi forti» per scongiurare l’avvento di «uomini forti», è un sistema che favorisce i veti e non le decisioni. Il presidente non può nominare i suoi ministri, non revocare loro il mandato, né stabilire il ricorso alle elezioni. Il Presidente della Repubblica dovrebbe essere il rappresentante massimo della nazione senza potere politico: ma è diventato il primo decisore politico. Il nostro parlamento è ormai dipendente dalla decisione dei gruppi e i gruppi sono dipendenti da organismi estranei al Parlamento come i partiti. Oggi le Camere discutono e approvano prevalentemente decreti proposti dal governo. Una legge che fosse decisa da parlamentari, o gruppi di parlamentari, potrebbe essere approvata solo dopo un anno e mezzo almeno. Il bicameralismo perfetto, ossia una Camera e un Senato con le stesse funzioni, produce lungaggini anacronistiche e rende impopolare la democrazia. Solo una cieca inconsapevolezza può bloccare la rimozione di tutti questi pesi. Ma finora il grosso della politica si rivela inconsapevole e cieca. Renzi si è mosso come un elefante che rompe i cristalli. E l’Italia gli dà ragione.
La spesa pubblica eccessiva è pure causa ed effetto della corruzione. Una patologia massima che ci avvicina ai peggiori paesi dell’Africa. Non aggredisce solo gli spazi pubblici ma si propaga, seppur in misura ben minore, tra imprese e organizzazioni private. Non si può star fermi. Ci vuole una mobilitazione forte di uffici, amministrazioni e forze di polizia, per esercitare controlli rigorosi. Certo, rispettando le garanzie e i diritti di libertà, ma senza dimenticare che finora silenzi, indifferenze, collusioni diffuse hanno prodotto quella sensazione di impunità che ha portato a disastri non più accettabili.
Sappiamo che le cose finora dette sono nelle agende e nei programmi del Presidente del Consiglio. Il voto di ieri toglie ogni alibi. Adesso Matteo Renzi deve essere capace di fare quello che dice di volere fare e che, finora, non ha potuto (o voluto) fare del tutto. Certo, oppositori visibili e occulti solleveranno muri. Ma forse l’ex sindaco fiorentino ha fatto propria la massima di Emilio Roncati per il quale «In amore come in politica, l'arte di osare è il mezzo per trionfare». Speriamo proprio che sia così.

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