Venerdì, 16 Novembre 2018

I conti terribili, un tuffo nella realtà

Sicilia, Editoriali

Forse mai nella storia recente la politica siciliana e quella nazionale si trovano a percorrere strade tanto divergenti; con la prima ossessivamente abbarbicata al disegno della conservazione e la seconda quasi sfrontatamente aperta alla rottura con il passato.
Mentre la politica romana - sottolinea argutamente Luca Ricolfi - ha piena la consapevolezza che persino «si possono criticare i sindacati, si possono stigmatizzare i disoccupati che cumulano sussidio e lavoro nero, si può tagliare la spesa pubblica per ridurre le tasse, si può parlare di flessibilità sul mercato del lavoro, etc...»; la politica siciliana persegue modelli ripiegati su se stessi, fino a forme di disimpegno dalla realtà come di chi propone di abrogare i vincoli di reddito per i percettori di sussidi regionali.
A nulla sono valsi i segnali forti arrivati dalla «piazza» che non sono - si badi bene - quelli dei tanti gruppi e gruppuscoli che si alternano nell'assedio rumoroso dei palazzi del potere, ma piuttosto i segnali di chi - con un diverso peso specifico - manifesta silenziosamente il più completo disimpegno, disertando le urne.
Niente sembra essere residuato dopo le prime analisi a caldo sul precipizio di votanti passati, nelle due ultime consultazioni regionali, dal 67% degli aventi diritto al voto ad un modesto 47%; niente è sopravvissuto delle tante perplessità suscitate dal 30% (dei votanti) conquistato dalla coalizione vincente. Una politica sempre più indifferente all'opinione pubblica e sostanzialmente autoreferenziale, ha riaperto i giochi di un passato che sembrava archiviato, dando vita ad un rimpallo di responsabilità tra il governo ed il parlamento e tra il governo e la coalizione (sempre mutevole) che lo sostiene. Del resto che aspettarsi da una continua frammentazione e ricomposizione in nuovi e sempre diversi contenitori, che sono arrivati a sommare forse 50 parlamentari, i quali però, nella maggior parte dei casi, rappresentano se stessi e soltanto per se stessi propongono benefici e privilegi, in una trattativa continua e persistente? Questo frazionismo esasperato manca di un requisito fondamentale che resta nello sfondo: la Sicilia.
La perdita di stabilità che affligge la Sicilia da almeno due legislature impedisce di mettere mano ai tanti nodi che rischiano di soffocare l'Isola e, primo tra tutti, il problema finanziario. Inutile ormai prestare fede all'illusione; non torneranno più i tanti stipendi elargiti con generosità, il mito del lavoro-senza lavoro per tutti ed il miraggio di una politica a saldo zero, senza cioè che nessuno sia chiamato a dare conto delle risorse che non ci sono. Oggi è quanto mai difficile mantenere persino i livelli minimi con cui i siciliani hanno convissuto e si impone con urgenza una messe di tagli radicali che non risparmi nulla e nessuno e che non escluda, lo si dica chiaramente, neanche il personale.
Quando il bilancio regionale arriva a caratterizzarsi per un volume di spesa corrente di 15 miliardi di euro e di spesa per investimenti per poco più di 2 miliardi di euro in una regione dove manca di tutto, non può che affermarsi il distacco dalle istituzioni; un distacco che evolve verso l'indignazione se si pensa che alcuni miliardi di euro di fondi europei sono stati lasciati per anni infruttuosi nei cassetti, anche per l'inerzia di chi a gran voce ne invocava l'impiego.

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