Venerdì, 21 Settembre 2018

I tagli e la sfida del premier

Il «Financial Times» - il prestigioso quotidiano inglese che segue con molta attenzione il governo Renzi, ma non manca di fargli le pulci - ieri titolava: «Renzi dà un'occhiata al voto mentre affila il coltello per tagliare la spesa». Il presidente del Consiglio («il giovanotto che va di corsa», definizione dello stesso giornale) si è tagliato i ponti alle spalle imponendosi tempi straordinariamente brevi sia per le riforme, sia per il taglio alla spesa. C'è da star sicuri che a fine maggio nella busta paga di dieci milioni di italiani ci saranno in media ottanta euro netti in più. Ma trovare i soldi sta rivelandosi meno semplice del previsto. Tra quello che vorrebbe fare il commissario Cottarelli - un tecnico per definizione senza cuore - e quello che può fare Renzi - un politico per definizione attento alla pancia della gente - c'è su più di un punto una differenza notevole (sui tagli alle pensioni, ma non solo). Avendo deciso di parlare alle famiglie e non al Palazzo (inclusi Confindustria e sindacato), il presidente ha cominciato con le misure più popolari: tremila consiglieri provinciali vanno a casa, i senatori lavoreranno gratis, i presidenti delle regioni guadagneranno quanto i sindaci della loro città capoluogo (cioè l'85 per cento in meno di oggi), i consiglieri regionali ancora meno, è cominciata la vendita di auto blu, i dirigenti dello Stato e delle società partecipate (non tutte) non guadagneranno più del presidente della Repubblica (per il quale - occorre dirlo - lo stipendio è una paghetta, visto che è spesato quasi di tutto). C'è del buonsenso in tutto questo e anche un po' di fatale demagogia. Renzi ragiona a mente fredda e sa di correre un rischio calcolato: pensa, forse a ragione, che il saldo tra soddisfazione e malcontento sarà positivo, ma teme che la rivolta silenziosa della burocrazia possa compromettere almeno la celerità - se non il risultato - di certe riforme. Si aggiunga che la sinistra del partito e la Cgil sono fermamente contrarie al cardine della sua riforma del lavoro: tre anni senza i vincoli dell'articolo 18 da raggiungere attraverso otto rinnovi senza motivazione. E vorrebbero dimezzare tempo e sostanza, vanificando però l'impatto positivo dell'iniziativa (Infatti ieri Renzi ha respinto la proposta).
I sondaggi sono ancora molto incoraggianti per il Partito democratico, ma i due mesi scarsi che ci separano dal voto possono rivelarsi per Renzi pieni di trappole. Il senato è ancora una fossa dei leoni e venderà cara la pelle (lunedì il governo approva la riforma, poi vedremo). Si aggiunga che Forza Italia, pur mantenendosi fedele a Renzi sulle riforme istituzionali, tenderà in campagna elettorale a martellarlo sul resto. I giornali più vicini al centrodestra ogni giorno seminano di mine la strada del governo parlando di tasse nascoste, di tagli o finti o eccessivi e di quant'altro. La simpatia che gli ha manifestato il presidente degli Stati Uniti è un buon viatico: se ci sarà il taglio annunciato alla fornitura di F35, vorrà dire che le pacche sulle spalle dell'uomo più potente del mondo non hanno scalfito il programma del governo. Altrimenti...
D'altra parte se un uomo di sinistra (e che sinistra!) fin nel midollo come Giorgio Napolitano ha ammonito il giovane presidente del Consiglio a non fare tagli indiscriminati (ricevendone il plauso) deve esser vero che quel che si è annunciato non dovrà necessariamente essere portato a compimento per intero. E infatti il capo delle Ferrovie, Mario Moretti, sembra averla spuntata: il taglio degli stipendi dal primo aprile non riguarderà le società partecipate più importanti. Il mercato deve pur valere qualcosa...

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