Giovedì, 20 Settembre 2018

Minori adescati on line,alla base c’è tanta solitudine

A Catania una dodicenne confessa di essere stata adescata on line, chattando su Facebook, da un ventiduenne, che un po’ la costringeva con minacce, un po’ la convinceva aiutandola a fare i compiti, a inviargli delle sue foto in pose di nudo. A Genova tre ragazzi tra i 21 e i 23 anni vengono arrestati con l'accusa di aver messo su un giro di usura che strangolava commercianti e imprenditori, facendo poi la bella vita con macchine e abiti di lusso. Nel Bresciano sette giovani, di cui sei minorenni, sono arrestati per avere spacciato droga nelle scuole. Notizie di cronaca dell'ultima ora, che hanno in comune il coinvolgimento di giovani e giovanissimi, costringendoci a chiederci, con un pizzico di inquietudine, quando guardiamo i nostri figli e i nostri alunni, se per caso anche nelle loro vite non ci siano delle zone d'ombra che noi non conosciamo.
Perché, alla base delle sempre più frequenti devianze dei ragazzi, c'è una grande solitudine. Dietro ognuna delle tristi storie che abbiamo citato ci sono, con ogni probabilità, genitori assenti - magari per il troppo lavoro - professori demotivati e distratti, oppure intenti esclusivamente a trasmettere i contenuti della propria disciplina, una Chiesa che per troppo tempo si è dedicata a celebrare riti, risultando ben poco attrattiva nei confronti delle nuove generazioni. Si parla tanto di «emergenza educativa», ma essa vale in primo luogo per gli adulti, che non sono più capaci di educare i loro figli e i loro alunni.
Forse perché loro stessi hanno perduto la fiducia di avere qualcosa di importante da comunicare. Viviamo immersi in un clima culturale che ha eroso le certezze tradizionali senza essere in grado di sostituirle con altre. Un clima in cui ci si è messi d'impegno a far cadere, uno dopo l'altro, i tabù della vecchia morale, senza riuscire a elaborarne una nuova. Si è denunciato il carattere repressivo delle regole e si è celebrato il diritto alla trasgressione, guardando con malcelato disprezzo chi ancora si sforzava di essere «virtuoso». Si è identificata la libertà con l'autonomia per cui ogni uno è padrone assoluto del proprio corpo, delle proprie facoltà e dei propri soldi, senza dover gratitudine a nessuno e senza dover rispondere dell'uso che ne fa.
Ancora più a monte, si è negata l'esistenza di un bene e un male in sé, rimandando alla coscienza del singolo il compito di decidere secondo la propria insindacabile percezione. Due settimane fa un notissimo giornalista esaltava dalle colonne del suo giornale papa Francesco perché, a suo dire, avrebbe finalmente eliminato il concetto di «peccato». Un entusiasmo nato da un equivoco (Francesco parla sempre della misericordia perché suppone, appunto, che gli esseri umani siano peccatori e ne abbiano bisogno), ma non per questo meno significativo. Perché è vero che nella nostra società non ci si sente più peccatori (per questo nessuno si accosta più al sacramento della confessione), anzi, neppure, più genericamente, colpevoli di qualcosa. Al massimo si ritiene di «avere qualche problema», per cui andare dallo psicologo, non per chiedere perdono (non è il suo compito!), come si faceva col confessore, ma per imparare a convivere con la propria psiche.
C'è da stupirsi se oggi gli educatori non sanno più che cosa dire ai loro ragazzi? È ovvio che nessun genitore approverebbe che suo figlio o sua figlia si prostituissero, o spacciassero droga. Ma, se non esistono il bene e il male, se ognuno ha diritto di avere «la propria verità», se non si può più neppure ammettere che vi sia negli esseri umani un fondo comune - quello che un tempo si chiamava «natura» - , rispetto a cui certi comportamenti siano «naturali» e altri «innaturali», in nome di che cosa raccomandare a un figlio certi comportamenti come più «umani», rispetto ad altri, da evitare perché «disumani»?
Tanto più che nella nostra società sembra avere una vita riuscita chi ha più soldi, chi può comprare più cose e permettersi una vita piena di agi e di divertimenti. Non è questo il modello trasmesso alla televisione e riproposto ogni giorno anche dai protagonisti della vita pubblica? Alla fine l'esaltazione della coscienza individuale si risolve nel trionfo delle mode consumistiche, le quali, in mancanza di criteri etici consapevolmente acquisiti, hanno buon gioco nel condizionarla.
E allora smettiamola di indignarci! Questi ragazzi dissestati li abbiamo generati noi, con la nostra rinunzia a costruire un contesto etico capace, pur nel pluralismo, di individuare uno «zoccolo duro» di certezze da trasmettere alle nuove generazioni. Finché continueremo a insegnare che il peccato, e più in generale il male, esistono solo nelle menti distorte dei bigotti, e che ognuno ha diritto di fare le sue scelte in base alle proprie insindacabili preferenze, non dobbiamo meravigliarci se i giovani ci prendono sul serio e si comportano di conseguenza. Anche se, guardando in faccia i nostri figli, continueremo a sperare che «si comportino bene», pur non sapendo bene neppure noi, ormai, perché.

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