Decadenza, il conto lo pagherà Letta

Doveva essere di buonumore ieri poco prima di pranzo il Cavaliere se ha evocato una vecchia canzone di Francesco De Gregori quando gli ho chiesto per il libro che uscirà giovedì prossimo un giudizio sul voto palese sulla sua decadenza da senatore. «Non c'è niente da capire», dice la canzone. «È tutto chiaro», dice Berlusconi. E anche tutto clamorosamente illegittimo, a suo avviso. Poi nel linguaggio calcistico (da presidente del Milan) ha aggiunto che i suoi avversari hanno commesso un autogol e che la partita è ben lontana dal fischio finale...
Su questo Berlusconi ha ragione. Decadrà da senatore, ma nessuno s'illuda che anche quando dovrà fare qualche servizio sociale il Cavaliere passerà il tempo libero ai giardini di via Palestro a Milano o a villa Borghese a Roma portando a spasso Dudù con Francesca Pascale. Chi sta giocando pesante non ama Enrico Letta. Il suo ministero per ora durerà, ma non si governa con l'opposizione contestuale di Berlusconi e di Grillo. Anche se all'ultimo secondo il Cavaliere replicasse la fiducia del 2 ottobre (ma dei suoi voti numericamente non c'è bisogno), le «sentinelle del fisco» al governo porterebbero il ministro Saccomanni e lo stesso presidente del Consiglio a diventare clienti di Paolo Crepet, lo psichiatra che si occupa a «Porta a porta» di delitti più sanguinosi, ma non più spietati di quelli che vediamo ogni giorno in politica.
Sarebbe bastato un civilissimo ricorso alla Corte Costituzionale, visto che Berlusconi comunque sarebbe decaduto prestissimo per mano giudiziaria e il clima sarebbe del tutto diverso. È difficile sfuggire al sospetto che l'accanimento abbia una forte componente ideologica e questo può portare a Berlusconi soltanto simpatia e solidarietà impreviste. («Non l'ho mai votato, ma la prossima volta lo farò», mi ha detto un amico spaventato dagli eccessi).
Comunque vada, sarà il governo a pagare il conto delle tensioni. Il pranzo di ieri a palazzo Grazioli non aveva infatti all'ordine del giorno «come reagire a questo sfregio», ma «legge di stabilità» sulla quale i fronti aperti non si contano. Qui si innesta il dramma personale e politico di Angelino Alfano. Alfano non è Bruto e non lo sarà mai per educazione e per carattere. Prima o poi vorrebbe prendere una sua strada (in fondo ne ha diritto), ma non vuole sentirsi chiamare «traditore» perché comunque il suo percorso sarà all'interno di un unico centrodestra e - male che vada - sarà «distinto ma non distante» dal suo padre politico. La sua solidarietà generazionale e politica con Letta è assoluta, ma i pochi soldi non hanno consentito al governo operazioni straordinarie e il vecchio difetto di voler accontentare tutti non ha soddisfatto nessuno.
Nell'atto di pugnalare Cesare, Bruto non gli manifestò gratitudine. Alfano la conserva intatta e ritiene che a colpire Berlusconi sia il pugnale politico - giudiziario della sinistra. Nell'impossibilità di difenderlo da una sentenza, Alfano dovrà decidere o no se seguirlo sul rogo, secondo il rito «sati» in uso un tempo presso le vedove indiane. Qualunque sia la strada, i suoi alleati di governo stanno facendo tutto il possibile per rendere questa scelta più drammatica e angosciosa.
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