Precari, stretta da Roma: in Sicilia assunzioni più difficili

Modificato il decreto sulle stabilizzazioni di 20 mila lavoratori: la Regione obbligata a trovare i fondi attraverso tagli di bilancio. La Camera nella notte approva il testo

PALERMO. Quasi impossibili le stabilizzazioni, difficili anche le proroghe: per i 18.500 precari siciliani in forza in Comuni e Province, a cui si aggiunge un migliaio di contrattisti in orbita Regione, è arrivata una mazzata dal Parlamento nazionale. La norma contenuta nel decreto legge Pubblica amministrazione, che doveva autorizzare una deroga al patto di stabilità e permettere così nuovi contratti già dal primo gennaio, è stata stravolta nel passaggio alla Camera. Cancellate tutte le indicazioni che erano arrivate dalla Regione.
La prima versione della legge, approvata al Senato a inizio ottobre, prevedeva una deroga al patto di stabilità: i Comuni avrebbero potuto rinnovare i contratti a termine e superare i limiti di spesa non considerando i contributi della Regione destinati ai precari all’interno del vincolo. E poichè la Regione copre con 300 milioni l’80% della spesa, il gioco era fatto. Poi i margini di tempo per la stabilizzazione erano più larghi. Ma ieri la commissione Bilancio della Camera ha modificato il testo, che nella notte era atteso al vaglio dell’aula. I tecnici della Regione stanno ancora studiando il provvedimento finale ma a una prima analisi si prevedono effetti deflagranti: il primo è che i Comuni non potranno più considerare extra patto di stabilità i fondi ricevuti dalla Regione. In secondo luogo la Regione potrà finanziare i Comuni ma solo se contestualmente prevederà altri tagli che rendano sopportabile la spesa: «Servirà - spiegano all’assessorato al Lavoro - una sorta di piano di rientro triennale».
Questo dal punto di vista finanziario. Ma il percorso per proroghe e stabilizzazioni è complicato anche dal punto di vista amministrativo. I sindaci dovranno dichiarare subito che intendono procedere alle stabilizzazioni entro un triennio rispettando le regole generali, che prevedono di coprire solo i posti della pianta organica e di varare concorsi aperti anche a personale esterno alle amministrazioni. Dunque, chi non ha la pianta organica aggiornata è già in difficoltà. Inoltre solo la metà della spesa stanziata per i concorsi potrà essere utilizzata per stabilizzare i precari esistenti: è come dire - spiegano all’assessorato al Lavoro - che la metà dei posti deve andare all’esterno.
Infine, le proroghe degli attuali contratti saranno possibili solo nei Comuni che avranno attivato questo percorso di stabilizzazione. E solo se si rispetta questo percorso si può prorogare tutti gli attuali contratti derogando al limite del 50% della spesa sostenuta nell’anno precedente. Dunque, riflettono alla Regione, i sindaci che non saranno in condizioni di prevedere stabilizzazioni avranno difficoltà anche a prorogare gli attuali contratti a termine.
Prima che la norma arrivasse in aula, il ministro Gianpiero D’Alia aveva avuto un confronto informale con i tecnici della Regione che gli avevano confermato l’impressione che «con questa formulazione la legge non risolve i problemi nell’Isola. Pochissimi sindaci sono in grado di rispettare i vincoli economici e procedurali previsti». Ma la formulazione finale è stata l’unica su cui a Roma si è trovata una intesa.
Inoltre non sono stati accolti, come riferisce Lino Leanza (Articolo 4), alcuni emendamenti che avrebbero allargato le maglie del turn over: «In questo modo si può sostituire solo un dipendente ogni 5 mandati in pensione. È come chiudere le porte delle pubbliche amministrazioni». D’Alia ricorda invece che sono passate le norme che obbligano le pubbliche amministrazioni a dare priorità nelle future assunzioni ai vincitori di vecchi concorsi che non hanno mai trovato posto.

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