L’Italia vuol cambiare?

L’Italia deve chiedersi se vuol davvero cambiare. «Sarebbe un segnale di svolta per tutto il Paese se il rinnovamento cominciasse da Sud» avverte Mario Deaglio, professore all’Università di Torino, nell’intervista che pubblichiamo a pagina 2. Ma purtroppo non si vedono grandi segnali di novità in giro. Non nel Mezzogiorno ma neanche nel resto del Paese.
Non a caso l’Italia ha perso ancora sette posti nella classifica della competitività mondiale. Davanti a noi ci sono Paesi come Porto Rico e Barbados, Azerbaijan e Thailandia. La parola «Italy» compare solo in 49esima posizione, subito dopo la Lituania e subito prima del Kazakistan. A stilare la graduatoria è World Economic Forum, una fondazione senza fini di lucro che ogni anno pubblica un rapporto per mettere a confronto le diverse economie del pianeta. In testa c’è la Svizzera per il quinto anno consecutivo. Completano il podio Singapore e Finlandia.
Le difficoltà dell’Italia sono condivise da altre economie dell’Eurozona: la Spagna è 35^, il Portogallo 51° e la Grecia addirittura 91^. «Questi Paesi devono rimediare alla mancanza di efficacia e flessibilità dei loro mercati – si legge nel rapporto –, devono promuovere l’innovazione».
Difficile, però, ottenere questi risultati dovendo fronteggiare una burocrazia pachidermica, un fisco vorace, il sindacato più vecchio d’Europa. L’esempio di questi giorni della Fiom è significativo. Ha portato Marchionne ripetutamente in tribunale. Ha anche vinto e poi? Tutti ben sappiamo che la fabbrica dei diritti perfetti è anche una fabbrica vuota. Non a caso quel poco di flessibilità ottenuta attraverso la disponibilità di Cisl e Uil è riuscita a salvare l’industria dell’auto in Italia. Proprio ieri Marchionne ha annunciato un miliardo per il rilancio di Mirafiori. È appena il caso di notare che, al tavolo, il sindacato rosso non c’era. Ha commentato acidamente Giuseppe Farina, segretario della Cisl: «La Fiom con i tribunali riporta i suoi delegati negli stabilimenti. Gli altri sindacati, con i buoni accordi, portano investimenti e lavoro».
L’esempio resta quello dei sindacati tedeschi che quindici anni fa accettarono una politica di grandi sacrifici per salvare l’industria tedesca. I risultati sono arrivati in termini di produttività e di efficienza. Ma anche per gli operai. L’anno scorso la Volkswagen ha distribuito un premio di 7.500 euro a ogni dipendente. Quest’anno altri 7.200. Nel frattempo la Germania è salita al quarto posto nella classifica della competitività. Si è messa dietro anche Stati Uniti e Giappone.

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