Stato-mafia, Riina rivela ad agente ruolo dei Servizi nelle stragi

PALERMO. Il ruolo dei servizi segreti nella strage di Capaci, nella scomparsa dell'agenda rossa del giudice Borsellino e nell'attento di via D'Amelio sono stati oggetto delle confidenze fatte, in carcere, dal boss Totò Riina a un agente della polizia penitenziaria che le ha poi riferite in una relazione di servizio consegnata alla procura di Palermo.
Nella relazione la guardia, riportando le parole del boss, dice che Riina avrebbe sostenuto che: "Brusca non aveva fatto tutto da solo e che lì c'era la mano dei servizi segreti. La stessa cosa - prosegue l'agente, sempre riportando le parole del boss - vale anche per l'agenda del giudice Paolo Borsellino. Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e non si fanno dire a chi ha consegnato l'agenda? In via D'Amelio c'entrano i servizi che si trovano a Castello Utveggio e che dopo cinque minuti dall'attentato sono scomparsi, ma subito si sono andati a prendere la borsa".
Agli agenti penitenziari avrebbe detto anche che a farlo arrestare furono Bernardo Provenzano e Vito Ciancimino. Dalle parole del boss verrebbe una conferma alle dichiarazioni del figlio di Ciancimino, Massimo, che ha raccontato ai pm che furono il padre e Provenzano a fare arrestare Riina ai carabinieri a gennaio del 1993. Il padrino avrebbe fatto riferimento poi alla circostanza che qualcuno sarebbe andato da lui: frase sibillina che potrebbe alludere al tentativo di dialogo avviato dal Ros con Riina attraverso Vito Ciancimino che avrebbe segnato l'avvio della trattativa.

“ANDREOTTI? UN GALANTUOMO”. "Appuntato, lei mi vede a baciare Andreotti? Le posso solo dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre". Così il boss Totò Riina, il 21 maggio scorso, avrebbe risposto a un agente della polizia penitenziaria che gli chiedeva se fosse vera la storia  del bacio tra lui e Andreotti.


“MAI VISTO IL PAPELLO”. "Ha visto quante persone hanno chiamato a testimoniare al processo Stato-mafia? Vogliono chiamare circa 130 persone. Le pare giusto quello che stanno facendo? Mi vogliono condannare per forza, mi stanno mettendo sotto pressione a me e tutta la mia famiglia", ha riferito ancora la guardia nella sua relazione di servizio depositata oggi agli atti del processo Stato-mafia. "Stanno facendo pure le perizie calligrafiche dei miei figli – avrebbe aggiunto il boss -. Io di questo ‘papello’ non so niente. Non l'ho mai visto. La vera mafia in Italia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra loro e scaricano ogni responsabilità sui mafiosi". "La mafia - avrebbe concluso Riina – quando inizia una cosa la porta a termine assumendosi tutte le responsabilità. Io sto bene, mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura".

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