Napolitano, sferzate senza sconti

È stato sferzante Giorgio Napolitano nel discorso che ha accompagnato il giuramento dinanzi alle Camere. Parole dure e affilate come mai si erano sentite nel precedente settennato. Segno evidente che il nuovo incarico non farà sconti alle forze politiche. Una dimostrazione, casomai ve ne fosse bisogno, del ruolo preminente che nel nostro ordinamento istituzionale ha assunto il Capo dello Stato. Si dice pure di una trasformazione del nostro sistema in una repubblica presidenziale. Non è così. La funzione del presidente diventa forte per colmare i vuoti che l'immobilismo dei partiti ha provocato nella repubblica parlamentare. Questo non sfugge a Napolitano, che ieri ha pure sollecitato aggiustamenti costituzionali per rendere più efficienti le nostre istituzioni. Dicendo pure che se le sue sollecitazioni registreranno ancora le sordità che finora hanno seguito i suoi appelli, non esiterà a prendere le decisioni conseguenti. In poche parole: o si fanno le riforme o me ne vado.
Sono cinque i punti cruciali del Presidente.
1) Il più ultimativo è proprio quello delle riforme. Napolitano aveva pronte le valigie per il meritato riposo imposto dai suoi 88 anni. I partiti gli hanno chiesto di restare. Primo fra tutti il Pd dove il Capo dello Stato ha militato per settant'anni (si chiamava ancora Pci), cercando sempre di smussarne gli estremismi. In ogni caso Napolitano non concluderà il mandato. Andrà via prima perché sarebbe insensato tenere al vertice dello Stato un ultra novantenne. Deciderà lui quando. La lettera di dimissioni sarà l'arma di pressione per far lavorare il Parlamento e il governo. Non più nell'interesse di partito ma in quello più generale di tutti gli italiani. Sarà il Quirinale a farsene garante.
2) La seconda riflessione di Napolitano è dedicata all'Europa. L'Italia resta legata agli ideali comunitari. Da qui non si torna indietro. Vuol dire che bisognerà accettare i vincoli e i sacrifici che questa appartenenza impone. Certo si dovrà andare a Bruxelles per trattare eventuali trascinamenti imposti dalla crudeltà della crisi. Nessuno, però, pensi a possibili scorciatoie. Gli impegni dell'euro vanno rispettati fino in fondo. Un avvertimento a Berlusconi e, soprattutto, a Grillo.
3) Ma non sono mancati i messaggi mandati al suo ex partito. Il primo riguarda l'emergenza sociale. Su questo punto il Capo dello Stato è stato perentorio. Ha spiegato che sulla questione del lavoro servono «aperture» soprattutto «guardando al futuro». Un discorso, evidentemente, rivolto al tema della disoccupazione giovanile. Materia incandescente che nel centro-sinistra maneggiano con molta difficoltà. Non a caso la riforma del mercato del lavoro ha irrigidito gli ingressi senza liberalizzare a sufficienza i processi d'uscita. Risultato? Ancora meno giovani hanno trovato lavoro perché le imprese, nell'incertezza delle regole, hanno bloccato le assunzioni.
4) Ma è soprattutto l'altro messaggio lanciato dal Presidente che inchioda il Pd alle sue responsabilità. Ha chiesto che i partiti trovino rapidamente l'intesa per la formazione di un nuovo governo. Neanche qui farà sconti. Il premier incaricato dovrà dimostrare di avere in mano la maggioranza prima di ottenere il mandato definitivo. Non saranno consentite soluzioni di minoranza. Per il Quirinale non c'è altra soluzione che un'alleanza di larghe intese. Nessuno pensi di poter guidare il Paese in solitudine facendo scelte di appartenenza. «Ormai non c'è un solo Paese in Europa che non abbia governi di coalizione». Nella stessa Inghilterra il primo ministro si regge sull'intesa tra diverse formazioni.
5) Infine un accenno ai grillini. In agrodolce. Da una parte l'apprezzamento per il lavoro che i Cinque Stelle stanno facendo nel Paese e in Parlamento. Assai meno apprezzabile quando scelgono la piazza (virtuale o reale) per contrapporsi alle istituzioni.
Il discorso di Napolitano è stato interrotto da una quarantina di applausi. Segni evidenti di apprezzamento nonostante la durezza dei rimproveri. Speriamo che non sia il bacio di Giuda. Se lo fosse dovremmo parlare di una classe politica votata al suicidio. A farne le spese, però, sarebbe l'Italia. E questo è inaccettabile.

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