Partiti senza riforme

Ora anche i saggi, nominati da Giorgio Napolitano, si occupano dei partiti.
Scrivono che «con il tempo» il «carattere di libera e nobile associazione politica si è affievolito tanto nella realtà quanto, e molto di più, nella percezione dell'opinione pubblica». Hanno ragione. Dei partiti e della loro crisi si potrebbe parlare poco. Fatti loro. Invece la questione interessa tutti noi. Piacciono meno, sono frequentati ancora meno. Ma condizionano il funzionamento della democrazia. Selezionano deputati e senatori. Formano i Parlamenti. Determinano la costituzione dei governi centrale e locali.
La crisi è più che decennale. Trova la ragione più forte nell'eccesso dei ruoli che svolgono. Più di trent'anni fa, Enrico Berlinguer era esplicito: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela» (la Repubblica, 1981). Di anno in anno si è andati peggio. Sono lontani dal territorio. Non organizzano il consenso sulle idee. Non scaldano più il cuore degli iscritti. Ma consentono agli iscritti di scaldare molte poltrone. Istituiscono enti e consorzi. Combinano vertici e commissioni. Dal piano nazionale a quello locale, l'invadenza cresce. Occupano molti spazi, decidono tutto: assunzioni e consulenze, nomine e trasferimenti, contributi, privilegi e collocamenti vari.
Della degenerazione tutti appaiono consapevoli. E progettano forti rigenerazioni. Ma di riforme che contano, vediamo poco nei programmi e nelle agende. Non si è a quel cambio di passo che i risultati elettorali consigliano. Gli elettori hanno penalizzato i partiti senza liquidarli. Gli otto milioni di voti trasmigrati dalle formazioni tradizionali al movimento di Beppe Grillo, denunciano una sfiducia. Ma i molti milioni rimasti nelle vecchie case giudicano possibile un cambiamento. Solo che ora bisogna conciliare rigenerazione, riforme e condizioni accettabili di governo. Una missione sempre più difficile. Scriveva Michele Ainis che dal voto si è passati ai veti e dai veti si rischia di andare verso il voto. Ma ora i sondaggi dicono che dal voto si andrebbe di nuovo al «vuoto». E allora? È necessario un compromesso: capo dello Stato in grado di garantire tutti, governo con personalità estranee ai partiti con lo «scopo» di cambiare la legge elettorale per produrre governi stabili, di tutelare i conti pubblici per rassicurare cancellerie e mercati, di avviare una spinta dell'economia privata per uscire dalla disperazione sociale.
Delegando ad «altri» il governo delle istituzioni, i partiti potrebbero pensare alle «loro» riforme. Rinnovando il rapporto con la gente e il territorio, proponendo la semplificazione delle amministrazioni, riducendo in politica uomini, costi e poltrone. Non sta succedendo. Si è a noiosi balletti. Il Pd che vuole eludere la riforma della vecchia politica cercando intese con l'antipolitica. Il Pdl che rincorre una vittoria possibile stringendosi attorno al vecchio leader. I sondaggi dicono che la gente è disorientata, stabile in quelle scelte di instabilità già conosciute con il voto di febbraio. Con la novità che flettono i voti dei grillini. Comincia a deludere il passaggio dal Movimento 5 Stelle allo «stallo». In questo contesto i partiti né avanzano né arretrano. Balbettano riforme nell'economia e nelle istituzioni.... Senza provare a riformare se stessi.

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