Aiuti finanziari, se da Roma arrivano le briciole

In attuazione dell’articolo 37 dello Statuto siciliano - che è bene ogni tanto ricordare è una legge costituzionale - alla nostra regione dovrebbero spettare almeno 250 milioni di euro all’anno; si tratta della quota di imposte pagate allo Stato da imprese con insediamenti nell’Isola.
La recente notizia di un'intesa tra la Sicilia e lo Stato, sull'articolo 37, ha suscitato reazioni fortemente contrastanti: dal più vivo compiacimento al più sfrenato sarcasmo. Prima di entrare nel merito della notizia, è utile una breve ricostruzione di una vicenda che si trascina ormai da quasi 50 anni. Senza entrare in noiose dissertazioni, tutti dovremmo sapere che la Sicilia, in quanto regione a Statuto speciale, beneficia di massicce entrate finanziarie proprie e di robusti aiuti finanziari statali; almeno sulla carta.
Al riguardo sono tre gli articoli dello Statuto che hanno rilievo: l'articolo 36 ci assegna le imposte pagate nell'Isola, tranne le accise sui prodotti energetici. C'è poi l'articolo 38, purtroppo caduto in «disuso», che fa obbligo allo Stato di assegnarci ogni anno un massiccio flusso di denari da destinare alle opere pubbliche; l'ammontare di tale trasferimento vorrebbe colmare la differenza di reddito tra la Sicilia e la media nazionale e pertanto, con un divario ancora oggi del 40%, ci spetterebbe una montagna di soldi per le infrastrutture. Insomma, dovremmo essere tutto un fiorire di autostrade, porti, aeroporti, fognature, acquedotti, eppure per realizzare la ferrovia Palermo-Catania, dopo sessant'anni di autonomia, possiamo soltanto sperare che ci facciano impiegare i fondi europei. Resta infine l'articolo 37; anche questa è una storia finora rimasta sulla carta.
E torniamo all'oggi. Il governo regionale ha annunciato la conclusione «positiva» dell'annosa vicenda, con l'assegnazione alla Sicilia di 50 milioni di euro all'anno per tre anni, a valere appunto sul famigerato articolo 37. C'è una parte di verità ed una parte di mistificazione. È falso che arriveranno risorse aggiuntive; a seguito dello «storico» accordo, lo Stato ci trasferisce infatti 152 milioni di euro per il triennio 2013-2015, ma contestualmente trattiene la stessa somma, riducendo di 119 milioni di euro le risorse che ci ha già assegnato per l'edilizia agevolata e di 33 milioni i trasferimenti a valere sull'articolo 38.
È vero invece che un tabù è caduto con la possibilità, almeno in prospettiva, di avviare a soluzione la questione dei rapporti finanziari con lo Stato. Tuttavia anche qua occorrono alcune puntualizzazioni. La piena attuazione del nostro Statuto rientra nella più vasta materia del federalismo fiscale e della modifica della Costituzione (articolo 119). Le decine di decreti attuativi che si sono succeduti per dare vita a questo benedetto federalismo fiscale, delineano un situazione molto complessa, che diventa addirittura ingarbugliata nelle regioni a Statuto speciale come la nostra. La Sicilia fin dagli anni Sessanta ha scatenato un poderoso contenzioso con lo Stato, proprio sugli articoli 36 e 37 ed ha procurato un gran da fare alla Corte Costituzionale. Poiché il lavoro della Corte è essenzialmente interpretativo, non sono mancati anche cambi di posizione, fino alla sentenza del 2010 che addirittura ha ribaltato precedenti posizioni, basate su un «erroneo assunto interpretativo». È un esempio tra tanti; come un altro esempio è il tavolo tecnico su tutte le controversie con lo Stato, costituito dal governo Lombardo già un anno fa.
Ma l'accordo ora siglato sull'articolo 37 pone altre, non meno rilevanti, questioni. La prima e più ovvia riguarda l'ammontare delle risorse assegnate in prima battuta; anche a tentare un'elencazione mnemonica, è assai improbabile che solo alcune grandi imprese con insediamento in Sicilia quali Ferrovie dello Stato, Poste, Enel o magari la Erg o piuttosto Unicredit, «pesino» appena 50 milioni di euro. La seconda questione è molto preoccupante in una prospettiva strategica, nella direzione cioè di capire che cosa ne vogliamo fare di questa terra. In sostanza alcuni fondi ex articolo 38 (ora sottratti con l'intesa sull'articolo 37) che dovrebbero avere una destinazione vincolata ad investimenti ed infrastrutture, di fatto ricadono nel pentolone della spesa corrente. Niente infatti impedisce che questi soldi vadano al pagamento di stipendi! La terza ed ultima questione riguarda il negoziato Roma-Palermo; ebbene, mentre tutte le altre regioni speciali hanno già definito la trattativa con lo Stato per attuare il federalismo fiscale, la «montagna» della trattativa Sicilia-Stato, con in ballo risorse per circa 9 miliardi di euro, ha fin qui partorito il «topolino» dei 150 milioni ex articolo 37.
Vantare quindi una primazia nella materia dei rapporti finanziari con lo Stato, può risultare fuorviante per i cittadini. La storia, come si è detto, è lunga e complessa e ciascuno può ritagliarsi a ragione il proprio spazio di merito, senza ricorrere al «droit du seigneur». Tra qualche giorno inizia la maratona che dovrà portare l'Assemblea siciliana a varare il bilancio. Chissà se si parlerà anche di attuazione dello Statuto. In ogni caso saranno dolori. L'unica strategia che sembra emergere è, infatti, come salvare il salvabile di un modello, sbagliato e profondamente iniquo, di gestione delle risorse pubbliche.
In Sicilia, come in tutto il nostro Paese, il cuore del problema è tornare a crescere nel più breve tempo possibile. Non possiamo più mettere in discussione il pareggio di bilancio; lo sviluppo e l'occupazione quindi non possono essere affidati alla crescita incontrollata (e improduttiva) della spesa pubblica. Bisogna invece incrementare (come ci chiede l'Europa) la capacità di produrre. Questo principio non sfugge certo ai privati, per i quali è una mera questione di sopravvivenza.
E torniamo così al dramma del «pubblico» che vuole fare il «datore di lavoro» a tutti i costi. Rendere efficienti e produttive le aziende gestite dal pubblico è obiettivo gravoso per il Paese, ma quasi al limite dell'utopistico per la Sicilia. Parliamo ad esempio di rifiuti; tutti si lamentano di pagare molto ed avere le città sporche. E che cosa diranno i contribuenti siciliani a fine anno, quando scopriranno che la Tares, la nuova tassa sui rifiuti dovrà obbligatoriamente coprire il 100% del costo del (dis)servizio pubblico? I pochi che pagano, saranno chiamati a pagare molto di più. E chissà se le città saranno mai pulite.
fondi@gds.it

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