L’Aida “non tradizionale” piace al pubblico del Teatro Massimo

Applausi per il debutto sul palco palermitano. La storia della principessa schiava andrà in scena sino al 18 aprile prossimo, tra amori contrastanti, guerre e il potere dei sacerdoti, in un Egitto “concettuale” senza piramidi né sfingi

PALERMO. Un contesto astratto, un po’ futuristico; un linguaggio contemporaneo che si snoda dai balletti affidati a guerrieri danzatori ispirati alla Cina di Mao, e guerriere Amazzoni vestite di rosso; niente piramidi o sfingi: questa è l’Aida non tradizionale della regista Elisabetta Marini che ha scelto, come chiave di lettura, di sottolineare l’incombenza del potere, il controllo che esso ha sulle vite degli uomini, e in questo caso dei protagonisti che ne verranno schiacciati. «Nume, custode e vindice» non è il faraone, ma Ramfis (Gran Sacerdote, interpretato dal bravo Alexei Tanovitski) e il corollario di sacerdoti che detengono il potere e amministrano la vicenda. La Marini ha metaforicamente voluto rappresentare questo potere incombente  con delle lame dorate e arrugginite, come fossero armi che di volta in volta delimitano la scena. Tutte hanno una forma appuntita perché feriscono, tranne quella del tempio che ha una forma circolare, essendo luogo della preghiera, della consacrazione, ma anche della fine che calerà su Radamès (Jorge de Leon) e Aida (Hui He). Queste lame trafiggono dapprima la sabbia del deserto delimitando la scena, ma man mano che la vicenda evolve si imporranno anche sui personaggi, ‘trafiggendoli’. Tutte le scene cerimoniali sono, anche, l’affermazione di questo potere che non risparmierà neppure la ‘figlia degli dei’, Amneris (Marianne Cornetti) che nel suo cammino di redenzione sarà sconfitta, realizzando che pur essendo principessa, figlia dei faraoni, nulla può contro il potere dei sacerdoti a cui dovrà soccombere: «Empia razza! Anatema! Su voi la vendetta del ciel scenderà» infatti dirà. Anche la parata del trionfo segue questa lettura astratta in cui non vi è un maestoso avanzare di leoni, elefanti, cavalli, come nell’Aida di Zeffirelli; sulla scena, infatti, predomina il ‘corpo’, il suo linguaggio fatto di contrazioni e rilasci; sono i sacerdoti, le donne e gli uomini di Egitto, guerrieri e guerriere, moderne amazzoni, che danzeranno indossando maschere, sguainando pugnali, utilizzando le vibrazioni del corpo, le sue tensioni. La regista ha scelto il linguaggio della danza contemporanea, ispirandosi a Martha Graham, famosa danzatrice e coreografa statunitense madre della danza moderna, in cui a ballare non sono gli schiavi, ma dei guerrieri. Una scelta, quella della  Marini, che si ispira alla Cina di Mao, studiata attraverso le documentazioni storiche per ricreare, in qualche modo, l’imponenza emotiva di queste parate trionfali in cui sono proprio i guerrieri a celebrare il potere. Ad avere orientato questa sua lettura vi è anche l’esperienza della sua prima Aida a Shangai, in cui la protagonista era proprio il soprano Hui He al suo debutto, dove cento comparse erano soldati dell’esercito, un apparato militare che si trasformava in figurati, un’immagine che è rimasta impressa nell’immaginario della regista che ha deciso di rievocarla per rappresentare il potere in chiave moderna, qualcosa che non muta nei secoli nelle sue implicazioni. Su un doppio binario si sviluppa la celebrazione del sentimento che si dipana in questa sorta di deserto simbolico tratteggiando tre tipi di amore: quello paterno, quello possessivo di Amneris, e l’amore più puro di Aida divisa, spaccata, tra l’amore per Radamès, figlio d’Egitto e suo nemico, e quello per il padre, Amonasro (Alberto Mastromarino) re d’Etiopia, e la sua patria. Questo meccanismo di amore diventa così un meccanismo di distruzione, come ricordato dal maestro Stefano Ranzani in conferenza stampa: «L’amore sbagliato e il sogno di Ramses di diventare grande guerriero rappresentano la guerra che porta alla morte, questo è il messaggio di Aida». La scena si apre su una altura che ricorda, nella sua disposizione, un teatro greco al cui centro evolverà la storia, il bianco e fioche tonalità azzurre e dorate predomineranno. Persistente è una sorte di sole, prodotto da una luce proiettata sullo sfondo, come un occhio, forse quello dei numi, che perpetuo rimarrà a osservare il compiersi di tanti destini. Meritati i lunghi applausi per il soprano Hui He, ma anche per il resto dei protagonisti: bravissima Marianne Cornetti che con la sua interpretazione è riuscita a trasmettere perfettamente questo conflitto emotivo con Aida; il baritono Alberto Mastromarino, eccezionale interprete nel ruolo di Amonasro sia nella parte vocale che in quella teatrale; l’applauditissimo Alexei Tanovitski, il sacerdote Ramfis, meritati i riconoscimenti che il pubblico del Teatro Massimo gli ha tributato; e il tenore Jorge de Leon, già distintosi nella Carmen del 2011, che ha colpito soprattutto con la grande forza espressiva durante la scena in cui, circondato dalle guardie, rifiuta con sdegno l’opportunità di salvezza offertagli da Amneris. Magistrale la direzione del maestro Stefano Ranzani sul podio dell’Orchestra del Massimo.
Un’Aida che ha certo fatto discutere per questa scelta così ‘astratta’, come la stessa Elisabetta Marini l’ha definita, in cui si ravvisa una sorta di impronta cinematografica, che forse non avrà messo d’accordo proprio tutti, nonostante l’indubbia piacevolezza dello spettacolo, in cui, però, la sbavatura di un corpo di ballo poco sincrono e talvolta indeciso si può forse perdonare. Per il resto si sa, l’Aida non è mai stata un’opera facile da rappresentare, tra le opere liriche più famose, porta con sé una grande eredità fatta di tante rappresentazioni in varie parti del mondo e molti successi, già da quel debutto al Teatro khediviale dell’Opera del Cairo, in Egitto, il 24 dicembre 1871, con la direzione di Giovanni Bottesini, proprio per celebrare l’apertura del Teatro per cui l’Aida fu composta dal grande Verdi, su libretto di Antonio Ghislanzoni, anche se a causa della guerra franco˗prussiana fu rinviata lasciando al Rigoletto l’onore del ‘varo’.

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