Quirinale, è corsa tra Marini e Amato

L'ultimo capo dello Stato eletto con un accordo preventivo tra i partiti principali è stato Francesco Cossiga nel 1985. Ciriaco De Mita, segretario della Dc, superò una debole resistenza metodologica di Arnaldo Forlani, strinse un patto con il Pci e il nuovo presidente della Repubblica fu eletto al primo turno. Sia Scalfaro che Napolitano furono invece nomi a sorpresa e lo fu in fondo anche Ciampi, che pur essendo stato eletto al primo turno, bruciò Franco Marini, candidato designato da Popolari e Democratici di sinistra dopo aver dato il proprio consenso all'ascesa del primo comunista a palazzo Chigi:Massimo D'Alema. Questo vuol dire che fino all'ultimo momento non potremo giurare che le previsioni saranno rispettate. E finora di previsioni serie non ce ne sono. Si parla molto dell'opportunità di mandare una donna al Quirinale, ma al tempo stesso si è d'accordo sul fatto che il prossimo capo dello Stato debba avere una consumata esperienza politica per gestire situazioni estremamente complicate. L'unica donna che abbia queste doti è Emma Bonino, che risulta anche in testa alle preferenze degli italiani oltre ad avere prestigio internazionale. Ma la Bonino è radicale e questo mette fortemente in sospetto soprattutto la sinistra che ne condivide le posizioni su alcuni «diritti» (coppie di fatto, fecondazione eterologa,unioni omosessuali), ma è risolutamente contraria ad altre battaglie della signora: la deregulation del mercato del lavoro, l'abolizione delle trattenute sindacali obbligatorie in busta paga (che garantiscono al sindacato una florida rendita di posizione), il sostegno alle missioni militari all'estero,la separazione delle carriere dei magistrati, l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale (esistente in effetti solo in Italia), la responsabilità civile dei magistrati. Il centrodestra apprezza ovviamente tutto questo, ma è freddissimo sui «diritti» soprattutto nella sua componente cattolica. Quando la Bonino fu candidata dalla sinistra a presidente del Lazio, la Chiesa fece una mobilitazione memorabile per evitarne l'elezione. Eppoi, per dirla tutta, nonostante l'alto profilo della Bonino, i radicali hanno rifilato fregature a destra e a manca. E ne hanno ovviamente ricevute. Romano Prodi sarebbe stato presidente della Repubblica se il Pd avesse vinto nettamente le elezioni. Oggi l'ipotesi di un accordo con il PdL lo mette in penombra. «Mi mantengo in buona forma per correre in pianura (quindi niente colli)…», ha risposto celiando il Professore a un amico che ieri solidarizzava con lui per la grottesca polemica di chi sosteneva che dovesse muoversi a villa Borghese senza scorta e senza auto. Se tuttavia l'accordo Bersani-Berlusconi saltasse, un manipolo di grillini potrebbe dare senza difficoltà al Pd i voti necessari ad eleggerlo. Oggi tuttavia il tentativo è quello di raggiungere un consenso più vasto. Bersani ieri ha fatto smentire le voci, per la verità un po' stravaganti, che davano lui candidato al Quirinale all'interno di un nuovo, inedito patto con Berlusconi. In realtà, i nomi che hanno maggiore probabilità di farcela sono quelli di Franco Marini e di Giuliano Amato. Due personalità con storie molto diverse tra loro, ma accomunate dal fatto di essere entrambi ascrivibili al campo moderato. Marini è cattolico con buoni rapporti con mondo laico, Amato è un laico con grande attenzione per il mondo cattolico. Nel centrosinistra è più forte Marini: placherebbe tra l'altro l'ala cattolica che non ha digerito la sorpresa di Laura Boldrini al posto di Dario Franceschini come presidente della Camera, né la tendenza di Bersani (denunciata ieri da Rosy Bindi) di fare progressivamente del Pd il partito della (sola) sinistra italiana. Marini è stato d'altra parte, nel centrosinistra, l'interlocutore preferito di Berlusconi. È fatta, dunque? Non ancora. Amato è fortemente sponsorizzato da Napolitano, ha un forte prestigio internazionale, una vecchia amicizia con Berlusconi che bilancia le diffidenze dei socialisti del PdL (non a caso Cicchitto vorrebbe al Colle il grande nemico di ieri, Luciano Violante, l'unico capace di riformare sul serio la giustizia e di pacificare il maggiore campo di battaglia della democrazia italiana). Mancano sei giorni al primo scrutinio e prima dell'immediata vigilia nulla di certo si saprà.

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