Accusato di mafia ed estorsione, carabiniere «salvato» dalle vittime

Imprenditori che avrebbero subito richieste di soldi «sconfessano» la tesi dell’accusa

CALTANISSETTA. Subito un colpo di scena: imprenditori e commercianti che sarebbero stati estorti sconfesserebbero la tesi della procura foggiana che ha trascinato alla sbarra un carabiniere nisseno accusandolo di associazione a delinquere ed estorsione. E il maresciallo quarantaseienne Giuseppe Sillitti (difeso dall'avvocato Giacomo Grasso), chiamato sul banco degli imputati insieme a un'altra ventina e più d'imputati - tre dei quali carabinieri come lui - per una maxi inchiesta, «Reset», che nel gran calderone annovera anche un delitto. Quello di Fabrizio Pignatelli ucciso a colpi di pistola il 30 agosto 2011 a Lucera, poco distante dal suo circolo privato, l'«Atlantic City». Ma Sillitti non è tirato in ballo per questo aspetto legato all’omicidio. Ma anch'egli è al cospetto della corte d'Assise presieduta da Antonio De Luce. Contro gli imputati hanno puntato l'indice il procuratore capo di Lucera, Domenico Seccia e il sostituto Alessio Marangelli che ipotizzano a carico del militare nisseno, così come per gli altre tre suoi colleghi sotto accusa, una loro condotta omissiva. Già, perché secondo l'accusa avrebbero saputo delle estorsioni subite da operatori commerciali della zona ma sarebbero rimasti con le mani in mano. Un atteggiamento, per gli inquirenti, di compiacenza con un'organizzazione criminale capeggiata in Puglia dal boss Antonio Ricci. Il maresciallo nisseno dopo una ventina di giorni trascorsi nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere è poi tornato in libertà ed è pure rientrato in servizio. Contro la sua scarcerazione ha presentato ricorso in Cassazione la procura, ma il tribunale del riesame di Bari, accogliendo la tesi dell'avvocato Grasso, ha rigettato l'appello del pm. Ma fin da subito il processo cha ha trascinato alla sbarra, tra gli altri, il sottufficiale nisseno, non è stato avaro di sorprese. Già, perché presunte vittime di pizzo hanno finito per gettare ombre sull'operato degli inquirenti. Quasi avessero subito «pressioni» - è quanto traspare dalle loro dichiarazioni - perché indicassero alcuni nomi. Il caso sintomatico è quello di un ristoratore, Vincenzo De Santis, che avrebbe pure subito un incendio per convincerlo a pagare. «Mi hanno chiamato in procura - è un passaggio di una intercettazione telefonica alla sua utenza - e mi hanno tenuto lì sei ore... mi hanno quasi trattato come se fossi un delinquente e mi hanno detto che se non avessi fatto i nomi mi avrebbero arrestato». Ma non è stata l'unica testimonianza di questo tenore. Così è stato anche in relazione al delitto Pignatelli.
Sillitti, dal canto proprio ha rimarcato fin dal primo momento come «lui e il suo capo sono stati attivissimi sul quel territorio nell'azione contro la criminalità organizzata». 

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