Confartigianato: chi denuncia il pizzo rischia il fallimento

ROMA. Passamontagna calati e telecamere spente. Anche solo riunirsi, per i testimoni di giustizia, è un rischio, vietato dai piani di protezione. Eppure tante, delle 78 persone che in tutta Italia hanno denunciato le mafie e vivono sotto scorta, sono venute a Roma per difendere le proprie aziende, a rischio chiusura dopo la scelta di testimoniare. "Se non falliamo per le pressioni mafiose, falliamo per i meccanismi perversi della protezione dello Stato", ha attaccato uno dei partecipanti, all'incontro con i presidente di Confartigianato, Giorgio Merletti, e di Confartigianato Sicilia, Filippo Ribisi, e il vicepresidente di Confindustria Sicilia, Giuseppe Catanzaro. L'obiettivo è studiare insieme una strategia di tutela per le imprese e le famiglie dei testimoni a partire dall'aiuto al credito, l'assistenza con la burocrazia e un osservatorio nazionale sui beni confiscati alle mafie.    
"I testimoni di giustizia sono morti che camminano, chiedono di non essere parassiti, di poter lavorare, di vedersi restituita la dignità", ha spiegato il presidente dell'Associazione testimoni di giustizia, Ignazio Cutrò. Lui ha rifiutato di abbandonare la sua terra, la Sicilia, e la sua impresa edilizia e vive sotto scorta. "Dopo le denunce però - ha raccontato Cutrò - la mia attività è stata distrutta, ho avuto subito il rientro dei fidi dalle banche, anche se non avevo problemi. Mi è arrivata anche una cartella di Equitalia, per i contributi non pagati quando ero sotto le minacce della mafia". "Oggi vengo additato come infame, come sbirro, ma sono orgoglioso di essere tale. Le denunce vanno fatte", ha continuato. L'associazione chiede che i testimoni non vengano allontanati dalle loro terre e dalle loro imprese e che siano equiparati alle vittime di mafia.    
La rabbia è tanta, ha osservato un testimone che preferisce rimanere anonimo, "anche perché mentre noi ci nascondiamo, i mafiosi vanno in giro a testa alta. Dopo le mie denunce sull'azienda di cui ero dirigente io sono finito a dormire in macchina, l'impresa ha cambiato nome e ha continuato, anche dopo le condanne, a lavorare su appalti pubblici". "La mia denuncia é finita un cassetto, ma io intanto ho perso la mia azienda, la famiglia, gli amici", ha aggiunto un altro. La crisi rende tutto più difficile. E' così che c'é chi non ha potuto votare alle elezioni, perché non c'era una scorta per accompagnarlo dopo i tagli e la polizia. E chi, nascosto con tutta la famiglia in località protetta con un sostentamento di 600 euro al mese, si è ritrovato il padre "esodato" perché é in età da pensione ma negli ultimi anni, dopo la collaborazione con la giustizia, non ha potuto pagare i contributi.

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