Il carattere universale della Chiesa conterà per la successione

Si pensava che il mio concittadino Celestino V sarebbe stato l'ultimo a farlo nel 1294 dopo i più antichi Clemente, Ponziano e Silverio . Incoronato e sepolto nell'ormai diroccata basilica di Collemaggio a L'Aquila, Celestino fu vittima del mobbing del cardinal Caetani, poi suo successore come Bonifacio VIII che pensò bene di accelerarne anche la dipartita dalle umane sofferenze. E avendo fatto «per viltade il gran rifiuto», il povero eremita si guadagnò il paradiso dei santi e l'inferno di Dante Alighieri, nemicissimo di Bonifacio.
A Benedetto non credo si possa rimproverare «viltade» alcuna e paradossalmente non si può gridare nemmeno alla sorpresa avendo egli stesso esplicitamente messo nel conto le dimissioni nel libro intervista del 2010 con il giornalista suo conterraneo Peter Seewald: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l'incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi». Eppure otto anni fa, a una mia domanda sulla possibilità che un papa di dimettesse (papa Wojtyla era molto malato), il cardinale Ratzinger rispose testualmente: «Il Papa ha una responsabilità unica che gli è stata data dal Signore e che solo il Signore può ritirare». Perché il Papa ha dunque cambiato parere? Benedetto ha esercitato un diritto o ha adempiuto a un dovere, come ha detto a Seewald? Quali sono le sue condizioni fisiche, mentali e spirituali?
Padre Lombardi, il gesuita che dirige la Sala Stampa Vaticana, ha detto che Ratzinger era molto stanco. Tesi confermata da Giorgio Napolitano e condivisa anche da Tarcisio Bertone, segretario di Stato e suo collaboratore più stretto dai tempi della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ieri era molto addolorato, anche se informato della decisione con largo anticipo. Ma al di là del protocollo, è difficile negare in radice le voci che alla stanchezza fisica uniscono le crescenti difficoltà nel governo della Chiesa. Questa tesi è adombrata da Andrea Riccardi, sorpreso dalla decisione del Papa che in incontri recenti gli era apparso in forma. Riletti alla luce delle dimissioni, alcuni recenti movimenti di curia lasciano in ogni caso immaginare una scelta meditata da tempo.
La nomina del suo segretario Georg Ganzwein a prefetto della Casa pontificia - carica che non scade immediatamente come quella di segretario del pontefice - può essere vista, per esempio, in questa direzione. D'altra parte 86 anni - uno in più di Giovanni Paolo II al momento della morte - non sono pochi e la guida della Chiesa è sempre più impegnativa. Lo era anche ai tempi di Wojtyla, che spesso considerò l'ipotesi delle dimissioni, ma resistette fino al letto di morte. «Dalla croce non si scende», ha commentato ieri il cardinale di Cracovia Stanislao Dziwisz, che fu suo segretario. Si è detto che Giovanni Paolo, il Papa più carismatico dell'era moderna, si fosse occupato troppo del mondo trascurando l'organizzazione curiale. (D'altra parte qual è il mestiere di papa se non di occuparsi del mondo e delle ingiustizie che esso dispensa a piene mani?).
L'elezione di Ratzinger - suo ministro dell'Interno come soprintendente alla Dottrina della Fede - fu vista come la necessità che il Pastore tedesco rimettesse le cose in ordine. Il cardinale bavarese gestì in effetti la transizione come erede naturale. Celebrò la Via Crucis del Colosseo al posto del pontefice ormai allo stremo e tenne in conclave l'orazione decisiva. D'altra parte, dovendo curare proprio per quel Venerdì Santo lo «speciale» che precedeva la Via Crucis e che dedicammo alla «passione» di Giovanni Paolo, chiesi a Ratzinger un'intervista che mi fu accordata con grande sorpresa di don Georg per la violazione di un lungo black out.
La sua candidatura era così naturale che dovendo montare cinque minuti ne girai il triplo, nella convinzione che il resto presto mi sarebbe tornato utile. E così fu. Anche se spiazzato dalla notizia delle dimissioni, lo Spirito Santo non mancherà di fare il suo mestiere di Grande Elettore anche nel conclave di marzo. Previsioni serie sono impossibili come sempre, anche se la successione dei pontificati ha una sua logica stringente. Certo, dopo 35 anni il ritorno di un pontefice italiano non sarebbe clamoroso, pur se le ultime nomine cardinalizie di Ratzinger hanno accentuato il carattere universale della Chiesa.

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