Crac delle Ipab, la Regione: si cambia

Buco di 30 milioni nelle 151 ex opere pie. Novanta fanno attività, le altre esistono soltanto sulla carta

PALERMO. Hanno un buco di trenta milioni e a farne le spese, manco a dirlo, sono stati gli oltre duemila dipendenti. È il crac delle Ipab, le Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza. Delle 151 ex opere pie, esistenti ufficialmente, solo una novantina svolgono effettivamente attività di assistenza agli anziani e ai minori. Le restanti esistono solo sulla carta. La bozza di riforma del governo regionale prevede la loro trasformazione in «Aziende pubbliche di servizi alla persona», in associazioni o in fondazioni di diritto privato, la fusione degli enti in deficit con quelli «virtuosi» o l'estinzione di quelli moribondi.
Sebbene siano colme di debiti, le Ipab possono contare su grandi patrimoni immobiliari che risalgono all'Ottocento e che hanno un valore complessivo di oltre cento milioni di euro. Il disegno di legge, che l'assessore regionale alla Famiglia, Ester Bonafede, ha presentato all'Ares, l'associazione che riunisce tutte le strutture, prevede che le Ipab "virtuose", che hanno un volume di entrata pari a 500 mila euro e che dimostrano di essere riuscite a far quadrare i conti, verranno trasformate in «Aziende pubbliche di servizi alla persona». Quelle in rosso, invece, dovranno fondersi con gli enti che hanno i conti a posto, trasformarsi in associazioni o fondazioni di diritto privato o, mal che vada, estinguersi. La proposta del governo prevede, poi, che le Ipab che non riusciranno a sopravvivere potranno devolvere il patrimonio al Comune di riferimento o alla struttura da cui verrebbero assorbite. Così come il personale, che dovrà essere spalmato negli enti attivi. Articolo, questo, su cui i sindacati chiedono un approfondimento.
Le nuove aziende devono procedere alla copertura dei debiti, predisponendo un piano triennale di risanamento. Verrà istituito, per il triennio 2013-2015, un fondo, di cui ancora non si conosce l'ammontare, a cui le nuove aziende potranno accedere, previo accordo con l'assessorato. L'assessore Bonafede aspira ad aprire le strutture «anche ai nuovi poveri e alle detenute. Gli enti dovranno essere in grado di erogare prestazioni socio-sanitarie di elevata qualità in condizioni di economicità, efficacia ed efficienza».
La crisi che ha colpito le Ipab, che assistono circa tremila anziani e minori in Sicilia, continua a produrre perdite, mentre le entrate, legate alle rette per i ricoveri e ai contributi regionali, nel corso degli anni sono diminuite drasticamente. Ogni anno le Ipab ricevono circa 9 milioni dalla Regione, troppo poco per risanare i debiti, pagare il personale e assistere gli anziani. Gino Alaimo, presidente Ares, spiega che «uno dei motivi che ha fatto scoppiare la crisi è stato la mancanza di coordinamento degli ultimi anni tra gli assessorati alla Famiglia e alla Salute, che ha fatto sì queste strutture hanno dovuto anticipare i soldi per la spesa sanitaria, che le Asp in molti casi non hanno erogato». A farne le spese è stato il personale, un migliaio di precari e 800 assunti a tempo indeterminato, che, in alcuni casi, vanta fino a tre anni di stipendi arretrati. Quelle maggiormente in crisi sono le Ipab di Caltagirone, dove una ventina di dipendenti sono da 30 mesi senza stipendio, Ravanusa, Acireale, Marsala, Castellammare del Golfo e Santa Flavia.

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