Sicilia, Editoriali

Berlusconi, riforme giuste ma doveva farle da premier

Berlusconi ha annunciato il suo futuro politico: non sarà più il capitano della squadra del centrodestra ma l’allenatore. Lo ha fatto ieri a pochi giorni dalla rinuncia alla corsa per Palazzo Chigi e a poche ore dalla sentenza che lo condanna a quattro anni per illeciti fiscali. Una sentenza che certamente si presta a qualche osservazione. I fatti contestati, infatti, si riferiscono agli anni dal 1994 al 1998 in cui, come ha stabilito la Cassazione, il Cavaliere non aveva più la gestione diretta di Mediaset. La condanna rovescia il verdetto della Suprema Corte condannando Berlusconi e assolvendo il presidente Confalonieri che, invece, aveva in mano le chiavi dell’amministrazione. Ma di questo si occuperà il Tribunale di appello.
Qui interessano i tre punti fondamentali illustrati dal Cavaliere come cardini del suo futuro programma: giustizia, riforma costituzionale ed economia. Nessun accenno, invece, sulla questione morale. E questo francamente stupisce: l’esperienza del centrodestra, più ancora che per la caduta del governo, è entrata in crisi per gli scandali che hanno travolto prima Renata Polverini e poi Roberto Formigoni. Su questioni tanto delicate era legittimo attendere parole chiare da parte del fondatore del Pdl. Invece un silenzio che disorienta. Le persone per bene, e sono la stragrande maggioranza, che finora hanno votato per il centrodestra avrebbero voluto affermazioni di onestà e trasparenza. Non solo per dissipare il dubbio di aver dato il proprio consenso alla Banda Bassotti, ma soprattutto per gettare le basi di un patto ritrovato con il partito. Invece niente.
Al popolo dei moderati per ricominciare a credere nelle promesse di Berlusconi non basterà più la fede ma fatti concreti. A cominciare proprio dalla giustizia che rappresenta il punto centrale del progetto. Su questo certamente il Cavaliere ha detto cose molto giuste. Serve un profondo cambiamento per ridare efficienza al sistema. Occorre il bisturi sulle procedure per garantire la reale parità fra difesa e accusa. In questo senso la separazione delle carriere rappresenta una svolta fondamentale. Tuttavia occorre essere molto chiari. Berlusconi ripete questi concetti da una ventina d’anni. È stato a lungo al potere: perché non è riuscito a fare le cose che diceva? La risposta è molto semplice: perché ha caricato la partita con i giudici di eccessivi personalismi. Più che un intervento a vantaggio complessivo del Paese è sembrato un regolamento di conti personali fra lui e le cosiddette «toghe rosse». Non stupisce, allora, che i primi avversari della riforma sono stati i suoi alleati. Sapevano bene che, fino a quando il match fosse rimasto aperto, avrebbero avuto un’arma di ricatto per fermare la personalità straripante del leader. Anche adesso il tema della giustizia resta spinoso. Troppo forte il sapore del conflitto personale. Non a caso la risposta del sindacato dei magistrati è stata arcigna: «Respingiamo con fermezza attacchi e offese», dice il presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli esprimendo «solidarietà» ai magistrati di Milano.
Proprio questo nodo irrisolto si è portato dietro l’altro mancato impegno. Vale a dire la riforma della Costituzione. Anche in questo caso è rimasto persistente il dubbio che si trattasse di una legge «ad personam» anziché un programma a vantaggio di tutti gli italiani. Non a caso c’è stato un referendum che ha bocciato i provvedimenti del governo. Eppure anche qui, come sulla giustizia, i piani di Berlusconi erano assolutamente condivisibili. A cominciare dal trasferimento di poteri dal Parlamento all’Esecutivo. Un premio alla governabilità che la nostra Costituzione non conosce. Né poteva essere altrimenti. La Carta del ’48 nasceva all’indomani di una dittatura che, per vent’anni, aveva esautorato le Camere concentrando tutti i poteri sul capo del governo. Inoltre era stata approvata prima delle elezioni del 18 aprile che dovevano stabilire se l’Italia entrava nella cerchia delle Repubbliche popolari o diventava una moderna democrazia occidentale. Per questo era necessario trovare un equilibrio che mettesse le Camere al centro della vita politica. Un’impostazione «mediana» cui è ispirata tutta l’impalcatura costituzionale e, a cascata, l’organizzazione dello Stato. Sessantacinque anni fa i padri costituenti avevano in testa un’idea precisa: incerti su come sarebbe andata con il voto popolare, avevano costruito un sistema barocco che equilibrando i diversi poteri finiva, inevitabilmente, per annullarli. Da allora è cambiato tutto e l’ancoraggio occidentale dell’Italia non è più in dubbio. Sarebbe ora di cambiare le regole ma Berlusconi ha sempre dato l’impressione che la riforma non servisse alla democrazia ma semplicemente a trasformare il Consiglio dei ministri in un consiglio d’amministrazione e il Parlamento in un’assemblea degli azionisti con un socio di maggioranza che detta le strategie. La politica e la democrazia, però, funzionano in un’altra maniera. Forse non è un caso se non ha mai raggiunto la soglia del 51% che gli avrebbe consentito di rinnovare il gioco. Del fallimento, però, la responsabilità è della carenza nell’offerta programmatica non certo degli elettori che non l’hanno capita.
Comunque è fuori discussione che l’insolvenza maggiore del centrodestra è legata all’economia. Non una delle promesse di vent’anni fa è stata rispettata. Non c’è stato il taglio delle tasse, non c’è stato il taglio delle spese, non si è mai visto quello «Stato leggero» che avrebbe dovuto fare da volano allo sviluppo. Neanche l’ombra di quella riforma della pubblica amministrazione che avrebbe facilitato la vita delle imprese. Oggi in Italia la vita di un imprenditore è difficile tanto quanto lo era vent’anni fa. Forse di più. Né vale, allora, prendersela con la Merkel, come ha fatto Berlusconi, o vagheggiare una possibile uscita dell’Italia dall’euro. Queste stupidaggini lasciamole dire ad altri. Berlusconi e la classe dirigente dovrebbero fare un’ampia mea culpa. La caduta del governo di centrodestra e l’arrivo di Monti non sono frutto di una congiura. Sono soltanto il risultato di tutti gli errori compiuti nella gestione della politica economica che avevano portato lo spread a quota 550 e l’Italia sull’orlo della catastrofe finanziaria. Poi certo si potranno criticare i Professori per l’eccessiva accentuazione del carico fiscale. Avendo però dimostrato di sapere fare di meglio. Cosa che purtroppo con Berlusconi non è accaduto. Ecco perché, adesso che si prepara a lasciare il terreno del gioco politico per indossare i panni dell’allenatore, vorremmo qualcosa di diverso. Una maniera per cominciare, non per ricominciare. Del resto è assordante il silenzio degli uomini di punta del Pdl. Da Alfano a tutti gli altri.
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