Sicilia, Editoriali

Padre Puglisi, il simbolo della Chiesa che dice no ai boss

Il giorno in cui l'ammazzarono, padre Puglisi aveva lavorato molto. Come sempre, negli ultimi tre anni, da quando era tornato nel suo vecchio quartiere: parroco della chiesa di San Gaetano che aveva conosciuto da bambino, quasi a ricongiungere l'alfa e l'omega della sua vita. Il giorno in cui l'ammazzarono, padre Puglisi se lo aspettava. Come nel romanzo di Garcia Marquez, la sua fu una morte annunciata. Accolse i suoi carnefici con un ineffabile sorriso, sotto casa. E disse proprio così: «Me lo aspettavo». E infatti aveva già subito minacce di morte, lettere anonime, danneggiamenti, aggressioni. Avevano bruciato le porte di casa a tre volontari dell'associazione intercondominiale che l'aiutava in parrocchia. Lui aveva commentato: «Non ho paura di morire se quello che dico è la verità». Entrambi gli assassini, Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza, sono oggi collaboratori della giustizia. Hanno raccontato quell'ultimo sorriso e oggi dicono che, stravolti da quel ricordo, si sono convertiti. A quasi diciannove anni dal giorno in cui l'ammazzarono, la Chiesa leva la sua voce per rileggere e interpretare quel delitto sconvolgente. E lo fa con il linguaggio che le è proprio, quello alto della profezia. Il sacrificio di don Giuseppe Puglisi, una sera afosa del 15 settembre 1993, non fu una storia di quartiere, né una vendetta privata per uno sgarro. Il decreto firmato da Benedetto XVI sancisce che padre Pino è un martire, che ha sacrificato la sua vita per non rinnegare la sua fedeltà al Vangelo. Che contro di lui si è scatenato l'odium fidei, l'odio per la sua fede da parte dei mafiosi. Don Giuseppe Puglisi è un martire. Come gli antichi cristiani che si immolavano nel Colosseo, come i missionari trucidati nel cuore dell'Africa. Che cosa vuol dire tutto ciò? È il semplice omaggio della Chiesa a un sacerdote coraggioso? Oppure è - come alcuni sussurrano - il frutto della volontà di imbalsamare il piccolo prete di Brancaccio? Si vuole solo renderlo un santino? Niente di tutto questo. Per la Chiesa cattolica il martirio è un dono di Dio a tutta la comunità, un seme che ha dato e darà frutti rigogliosi. Nei momenti più bui della storia Nostro Signore sceglie uomini di fede per dare segni di speranza. Come padre Massimiliano Kolbe ad Auschwitz, il francescano che donò la sua vita per salvare un altro prigioniero del lager. Una luce nel buio della Guerra Mondiale. Per questo, secondo le leggi della Chiesa, il martirio è una beatificazione che viene proclamata senza l'accertamento di una guarigione inspiegabile. È il dono della vita, l'effusione del sangue per non rinnegare la propria fede che prende il posto del miracolo. Tra il '92 e il '93 l'Italia era scossa da stragi e da profonde inquietudini. Prima Falcone, poi Borsellino, poi gli attentati tra Roma, Milano e Firenze. Giovanni Paolo II aveva fatto sentire la sua voce nella Valle dei Templi con l'anatema di portata storica rimasto nella memoria di tutti: «Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!». A Brancaccio anche Don Puglisi aveva ascoltato quelle parole e si era sentito rinvigorito nella sua missione. Come dimostrano le sentenze ormai definitive, lo stesso gruppo di fuoco al comando dei fratelli Graviano piazzò le bombe dell'estate del '93 contro gli Uffizi a Firenze e le Chiese a Roma. E poi, il 15 settembre, eliminò il sacerdote che, con la forza della fede e del Vangelo, aveva provocato nel quartiere-simbolo del dominio mafioso il cambiamento delle coscienze. Si iniziò a parlare di martirio nel '93, subito dopo il delitto. Il Cardinale Salvatore Pappalardo incoraggiò una prima raccolta di documenti e scritti per mantenere viva la memoria del «suo Pinuzzu». Si dovette però aspettare il 1998, trascorsi cinque anni dall'omicidio (il tempo minimo prescritto dalla Chiesa), per aprire l'istruttoria diocesana. Il Cardinale Salvatore De Giorgi nominò il tribunale e il postulatore, mons. Domenico Mogavero, che si fece aiutare da un collaboratore esterno, don Mario Torcivia. L'istruttoria diocesana con la raccolta delle testimonianze si concluse nel 2001. La Congregazione per le Cause dei Santi negli anni successivi chiese vari approfondimenti e integrazioni. Così avvenne anche nel dicembre 2006, quando la conclusione della causa sembrava invece a portata di mano. Subito dopo, per raggiunti limiti di età, De Giorgi lasciò Palermo e gli subentrò il cardinale Paolo Romeo. Questi ha nominato nell'agosto 2010 un nuovo postulatore, mons. Vincenzo Bertolone, l'agrigentino che è l'attuale arcivescovo di Catanzaro. A lui va il merito di aver risposto con tenacia e in modo esauriente alle richieste di approfondimento della Congregazione, producendo alcuni studi di storici sulla mafia (tra cui Andrea Riccardi e Giuseppe Savagnone), nuove testimonianze di sacerdoti e amici di don Pino (don Cosimo Scordato, don Francesco Michele Stabile, don Maurizio Francoforte e chi scrive). Inoltre sono state realizzate inedite ricerche (alle quali ho collaborato) sulle attività pastorali del parroco a Brancaccio. Infine, nel maggio 2011, la consegna della nuova documentazione. Adesso il parere positivo e finale della Congregazione che ha portato al decreto firmato dal Papa. Va ricordato, inoltre, che lo stesso Benedetto XVI - durante la visita a Palermo dell'ottobre 2010 - ha citato per tre volte don Puglisi, additandolo come modello per l'intero clero riunito in cattedrale: «Egli aveva un cuore che ardeva di autentica carità pastorale; il popolo affidato alle sue cure pastorali ha potuto abbeverarsi alla ricchezza spirituale di questo buon pastore. Vi esorto a conservare viva memoria della sua feconda testimonianza sacerdotale imitandone l'eroico esempio». Qual è allora il valore di questo martirio? L'accertamento è una prova di maturazione e crescita per la stessa Chiesa, un punto di svolta. Riconoscere don Puglisi come martire vuol dire che tutti i mafiosi sono - finalmente - gettati fuori dal Tempio, occupato abusivamente e subdolamente con tanto di santini bruciati e bibbie del padrino. Vuol dire applicare concretamente il principio, già espresso nei documenti dei vescovi siciliani subito dopo il delitto Puglisi, che mafia e Vangelo sono incompatibili. Riscattando nel sangue del parroco di Brancaccio un passato dove non si possono negare le sottovalutazioni e le mancate denunce.
Non si può essere insieme cristiani e mafiosi. Don Puglisi viene ucciso per odio alla sua fede da un'altra chiesa, da un'altra religione, la religione della violenza che non tollera la vista del testimone dell'Amore di Cristo. La religione che ha messo il padrino al posto del Padre. Il martirio si definisce anche come un «dono di Dio» alla comunità che lo riceve. Appare chiaro, allora, qual è il dono portato da don Puglisi, col suo sacrificio annunciato, alla sua Palermo. Dal giorno in cui l'ammazzarono a oggi una distanza è stata colmata grazie a quel «Me l'aspettavo» sereno e consapevole. Una maturazione è avvenuta nella coscienza ecclesiastica. È questa la svolta di portata storica donata da Dio alla sua Chiesa attraverso don Pino. E, di riflesso, è questo il dono di Dio anche per tutta la città degli uomini.

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