L'onda nuova

Palermo non è Verona. Così come Agrigento non è Genova. Ma nel risultato che viene fuori dal primo turno di queste amministrative, ci sono alcune specificità che si intrecciano con elementi di continuità e che meritano un’analisi. C’è un’onda nuova nel Paese che si infila in vari angoli. In cima ai valori che gli osservatori attribuivano a questa tornata elettorale stavano tre punti di verifica: il peso e la forza dell’antipolitica, cioè del rifiuto nei confronti dei partiti tradizionali, devastati da scandali ed inconcludenze; l’afflusso alle urne per valutare il tasso di affezione dei cittadini nei confronti delle istituzioni; la fiducia nei confronti del governo Monti. E le verifiche hanno avuto tutte esito positivo.


L’antipolitica, se così si vuol definire il grillismo, ha trionfato, come lascia chiaramente intuire il voto a Parma con il 20 per cento e il candidato sindaco al ballottaggio, o a Verona con un consenso superiore a quello del Pdl. Rispetto alle amministrative di cinque anni fa, l’astensionismo è cresciuto in media del 7 per cento e a Palermo è aumentato dell’8,5 per cento, un dato che ha del clamoroso se si considera che l’intero territorio cittadino è stato battuto per settimane da migliaia di candidati fra consiglio e circoscrizioni. Dunque l’antipolitica ha vinto. E la politica deve saperne trarre le giuste conseguenze. In quest’ottica va valutato anche il dato elettorale a Palermo, certamente un risultato significativo e sorprendente per molti versi, ma in linea con le considerazioni fatte in precedenza. Anche se qui non si può parlare di vittoria dell’antipolitica in senso proprio. Leoluca Orlando ha ottenuto un clamoroso risultato, maturato al termine di una campagna elettorale condotta in maniera soft, perfino morbida, senza urlare o agitare temi di rottura. Ma l’esponente di Idv ha messo sul piatto alcune carte vincenti, come l’esperienza e la discontinuità, quest’ultima sì un elemento di rottura.Non dimentichiamo che Orlando aveva spezzato il fronte del Pd in occasione delle primarie del centrosinistra e non ha poi riconosciuto il risultato di queste ultime. Quindi, nel momento in cui è sceso in campo in prima persona rompendo stavolta definitivamente con i democratici, ha in poche settimane rovesciato i rapporti di forza all’interno di una coalizione che tale ormai non è più. Ed è questo il vero punto di rottura della sua strategia elettorale, che al momento lo premia e lo proietta al ballottaggio da grande favorito per un ritorno a Palazzo delle Aquile, che lo ha già visto inquilino principale dal 1985 al 1990 e poi dal 1993 al 2000.



Il voto palermitano matura peraltro in un clima particolare, nel quale si sono manifestati - ma non sono stati adeguatamente colti - alcuni elementi di dissociazione significativi. Il cardinale Paolo Romeo che tuona in piena campagna elettorale contro l’immobilismo e l’insensibilità sociale dei partiti. La Confcommercio che offre un proprio assessore a qualunque sia il sindaco eletto, annullando peraltro anche una distanza storica con la sinistra e una altrettanto storica vicinanza con i partiti moderati. La Confindustria che addirittura proponeva di prolungare la gestione commissariale del Comune, dinanzi a partiti non ritenuti in grado di esprimere programmi di buon governo. È in questo quadro che si spiega il risultato dei due più grossi contendenti. Certo, il Pd cede molto di meno rispetto a un Pdl che vede invece confermato nel capoluogo siciliano un crollo già acclarato su scala nazionale. Ma in generale è venuta meno, da parte dei partiti principali, la capacità di stare sul territorio, coglierne gli umori ed essere conseguenti nelle proposte. Ed è questa la vera crisi messa in luce da Palermo e dalle altre città al voto.



Terzo punto di verifica: il governo Monti esce rafforzato o no da questa tornata elettorale? Riteniamo che il risultato partorito dalle urne contenga un chiaro messaggio ai partiti, alla loro insensibilità nel non saper captare le reali esigenze della gente e alla loro arroganza nel non voler cambiare e condurre in porto riforme del proprio sistema e del Paese. Sono ancora impantanati nel varo di una riforma istituzionale che, se adottata, dovrebbe dare ai governi la necessaria e opportuna autorevolezza che oggi non hanno ancora. Nè riescono a condurre in porto la riforma dei meccanismi di finanziamento ai partiti stessi che comporti risparmi e trasparenza.



L’indicazione degli elettori appare chiara: il governo Monti va lasciato operare e svolgere i propri compiti. Nè il Pd, nè il Pdl sono pronti oggi per affrontare una consultazione elettorale per le politiche. Nè potrebbero farlo pensando solo a se stessi. L’attenzione dovrebbe essere rivolta tutta al Paese. Anche i risultati in Francia e Grecia, del resto, confermano che in tutta Europa si impone una riflessione e una rivisitazione degli equilibri e delle priorità. E dobbiamo essere consapevoli che l’anno che ci separa dalle politiche del 2013 deve servire ai partiti per recuperare consensi e fiducia, ma contemporaneamente anche al governo per condurre in porto importanti risultati, che rendano conciliabili il mantenimento della politica di rigore sui conti pubblici (attraverso tagli della spesa visibili e risoluti) con l’azione avviata per favorire la crescita. Occorre insomma che i partiti lascino operare l’attuale governo alla guida del Paese, sostenendolo e non intralciandone l’operato, a meno che non ci si voglia veramente, come Bersani dice spesso, svegliare in un cumulo di macerie. Determinate da quei colpi di piccone che i partiti, con scelte irresponsabili, potrebbero pericolosamente assestare.
Insomma, oggi il problema non deve essere come passare dal rigore alla crescita, bensì come arrivare, con una ridefinizione degli equilibri europei fra paesi ricchi e paesi poveri, a una politica di governo che mantenga il rigore e sappia però trovare nuove risorse da destinare alla crescita. Spingendo sul pedale degli investimenti e dei consumi.

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