Se Ikea investe in Italia e lo stock se ne va

Contrordine, cari fornitori asiatici. D'ora in poi, ai rubinetti e ai pallottolieri in legno made in Thailandia o Malesia la centrale acquisti Ikea, il vero motore della multinazionale svedese, preferirà i prodotti italiani dei distretti piemontesi che, così, finiranno a far bella mostra nei punti vendita sparsi sul globo.
Per le aziende italiane, specie per le 24 prescelte, la decisione, svelata in un frangente difficile, con la filiera penalizzata da consumi interni sottozero, rappresenta una grande boccata d'ossigeno.
Per il Paese una dimostrazione di rinnovata fiducia: Ikea Italia ha chiuso il 2011 con 46 milioni di visitatori. È sbarcata a Catania. Progetta di aprire anche a Palermo. Nel 2012 aprirà il ventesimo centro commerciale a San Giovanni Teatino (Chieti).
A una notizia positiva se ne contrappone un’altra di segno esattamente opposto. La Stock chiude la fabbrica di Trieste per spostare le produzioni del suo famoso brandy nella Repubblica Ceca. L’impianto italiano è considerato dalla proprietà «non più sostenibile a livello economico rispetto agli altri siti produttivi». Andranno a casa gli ultimi ventotto dipendenti che producevano 700 mila bottiglie l’anno.
Informazioni apparentemente contraddittorie. In realtà legate da un robusto filo rosso. Il capitale e il lavoro si spostano dove le condizioni sono più attrattive. A comandare non è solo il costo del lavoro che, comunque, sta salendo in tutto il mondo. Non a caso alcune aziende cinesi stanno delocalizzando in Paesi confinanti perché a casa loro il prezzo della manodopera nell’ultimo triennio è salito del 20%. Quello che conta è la qualità delle produzioni. La decisione di Ikea è la conferma della forza del made in Italy in certi settori. Casomai suscita rimpianto il fatto che una qualità tanto alta e diffusa nel territorio non sia riuscita a diventare sistema dando vita ad una realtà produttiva comparabile alla multinazionale svedese. In ogni caso la scelta di Ikea rappresenta la rivincita del bello e ben fatto, una sorta di vendetta storico-industriale rispetto alle piazze asiatiche. Ad attirare la multinazionale svedese è la flessibilità di distretti piemontesi storici come quello di San Maurizio d'Opaglio o di Gozzano capaci di produrre 30 mila rubinetti senza una sbavatura seguendo con scrupolo il capitolato e riducendo i costi della logistica: cose che valgono ben più del lavoro più o meno flessibile.
La Stock di Trieste, invece, muore perché non è riuscita a garantire i medesimi standard di efficienza. Per la stessa ragione è avvenuta l’agonia della Fiat di Termini Imerese, ormai giunta, purtroppo, alla fase acuta, oppure è scoppiata la crisi del Cantiere Navale a Palermo. Forse bisognerebbe riflettere bene. Forse certe fughe potrebbero essere arginate. Forse capitale e occupazione potrebbero tornare in Sicilia. A condizione di rispettare il lavoro, la sua etica, l’investimento nella capacità individuale. Senza l’ alibi della criminalità, dei trasporti che non funzionano, delle strutture che mancano. Partiamo dalla qualità del lavoro. Il resto, ci possiamo scommettere, verrà da solo.

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