L'Italia che vuole cambiare

Da Milano a Palermo il mondo dell’economia detta le regole alla politica. Una rivoluzione. Nel capoluogo lombardo Emma Marcegaglia, al suo ultimo intervento come presidente di Confindustria, chiede ai partiti un atto di responsabilità per il bene del Paese che consenta la prosecuzione del «modello Monti». Dice: «Sarebbe importante che i rappresentanti dei tre poli sottoscrivessero un impegno prima delle elezioni restando coerenti e solidali ad una svolta di convergenza». Auspica «un patto vero per gli italiani, una convergenza sulle riforme per andare avanti e far crescere il Paese in modo serio». A Palermo la Confindustria lamenta l’assenza di contenuti nel dibattito elettorale e Confcommercio, addirittura, rivendica la nomina, fra gli assessori della prossima giunta comunale, di un tecnico che si occupi dell’emergenza economica. Un salto in avanti come non si era mai visto. La conferma che l'esperi- mento portato avanti dal governo Monti non può restare un episodio. Nessuno può pensare che si tratti di una parentesi al termine della quale tutto tornerà come prima. In tre mesi questo governo ha fatto e messo in cantiere più cose di quelli che lo hanno preceduto negli ultimi vent'anni. Le pensioni ieri, il lavoro oggi, la giustizia domani. Tre nodi su cui i partiti si sono aggrovigliati per anni senza arrivare a capo di nulla. La nomina del governo tecnico è stata la risposta alla paralisi. Mentre il mondo globalizzato correva l'Italia stava ancora a contorcersi sulla sue contraddizioni, Lo spread che a novembre aveva toccato il record di 550 punti ha misurato il ritardo che avevamo accumulato con il resto delle economie avanzate. In tre mesi lo scarto è sceso a 290 punti. Il malato, però non è guarito, come lo stesso Monti ripete in continuazione. E non lo fa certo per costruire la strada per la sua personale conferma. Ha già detto che non sarà candidato alle elezioni del 2013 e nessuno dubita della sua parola. Ma siamo sicuri che basteranno altri dodici mesi per concludere il percorso delle riforme e modernizzare il Paese? Difficile crederlo. Soprattutto non ci credono i mercati. Lo dimostra l'andamento dei nostri titoli di Stato. Quelli a breve o brevissimo termine (per esempio i Bot a tre mesi) hanno ormai rendimenti da prefisso telefonico (zero virgola qualcosa). Ma più si allungano le scadenze e più i tassi salgono. Non a caso, in questo momento, il Tesoro cerca di limitare al massimo le emissioni lunghe. La ragione dell'asimmetria? Molto semplice: i mercati sono convinti che, fino alla primavera dell'anno prossimo l'Italia sarà guidata con mano ferma sulla strada delle riforme e del risanamento. Ma poi? Dopo le elezioni del 2013 che co- sa accadrà? Che affidabilità può mai dare una classe politica che, fino a quattro mesi, aveva dimostrato una straordinaria incapacità?
È davvero pensabile tornare alle risse in Parlamento o agli schieramenti pregiudizialmente antagonisti cui eravamo abituati? L'appello che viene dalla Marcegaglia a Milano e dalle grandi organizzazioni imprenditoriali a Palermo significa solo questo: il patrimonio che lascerà il governo Monti non potrà essere dissipato o mandato in soffitta come fosse stato un incidente della storia. Il governo tecnico ha dimostrato che, a differenza di quanto sostengono alcuni osservatori prevenuti e distratti, non è vero che l'Italia è irriformabile e ingovernabile. È invece un Paese che ha solo bisogno di essere saggiamente governato. Ma per questo serve una classe politica all'altezza della sfida. E se un singolo partito o una coalizione non è in grado di farcela cerchi pure l'appoggio dell'altra sponda. fondi@gds.it

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