Folli: le primarie vanno ripensate

L'editorialista de Il Sole 24 Ore: "Il meccanismo va rivisto perché così alimentano fazioni. E a farne le spese è il candidato di Roma"

PALERMO. Le primarie vanno ripensate e, probabilmente, fa bene il Pdl a non addentrarsi su questa strada. È questa, sostanzialmente l'opinione di Stefano Folli, ex direttore de Il Corriere della Sera e attualmente commentatore de Il Sole 24 Ore. «I risultati di Palermo confermano che la maledizione delle primarie continua». Tuttavia è cambiato il segno: a Genova, a Milano e Napoli avevano vinto i candidati più di sinistra. A Palermo è stato il contrario: Rita Borsellino, espressione del patto di Vasto fra Bersani, Di Pietro e Vendola ha perso.

E allora?
«Episodi diversi, anche contraddittori tra loro, ma con una caratteristica in comune. Vince il candidato più lontano dalla segreteria nazionale. Ogni volta, almeno nelle grandi città, prevalgono i dissensi, il malessere, i risentimenti alimentati dalle fazioni locali. E a farne le spese è il candidato di Roma».

Tuttavia quella di Ferrandelli è stata una vittoria veramente striminzita. Un pugno di voti avrebbe cambiato la situazione e il giudizio.
«Certo, nella vittoria di Ferrandelli non mancano elementi di casualità. Questo non attenua il valore politico del risultato, anzi la esalta, visto che la Borsellino e il suo circolo, a cominciare da Leoluca Orlando, non hanno esitato a parlare di brogli o di procedure inquinate alludendo al voto improprio veicolato dai sostenitori di Raffaele Lombardo».

Che cosa conclude sul caso Palermo?
«Che la causa di queste sorprese a senso unico va cercata sul territorio, sapendo che gli effetti arrivano diritti a Roma con conseguenze destabilizzanti. Quindi non basta dire come ha fatto Bersani, che non è successo niente, preparandosi ad abbracciare il candidato vincente. Scelta inevitabile, se si vuole avere una speranza di vincere il Comune; eppure, è ovvio, non basta per sterilizzare la sconfitta della segreteria».

Il Pdl non sembra intenzionato a seguire la strada delle primarie. Che cosa dovrebbe fare il Pd?
«Qualcosa va rivisto: non solo nel curioso meccanismo delle primarie autolesionistiche, ma soprattutto nel modo con cui il vertice nazionale gestisce il rapporto fra centro e periferia. Ha l'aria di essere un modo vecchio, ispirato a un'Italia che non c'è più, molto burocratico e poco creativo».

Quindi?
«I risultati raccontano di un Pd che non riesce a definire con precisione la propria identità. Soprattutto a livello locale, dove dominano i feudatari, resi forti dalla debolezza del vertice. In ogni caso si tratta di un'ambiguità che nasce da un difetto di fabbrica, dalla difficoltà iniziale di amalgamare i diversi tronconi (ex comunisti, ex democristiani, alcuni ex repubblicani) fino a produrre un soggetto politico realmente nuovo. Ecco, questa novità è stata insufficiente, fino a oscurare talvolta il senso del «riformismo» a cui ci si richiama di continuo, ma in forme un po’ generiche».

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