Lo Bello: "Ridiamo dignità ai precari, lasciamoli lavorare"

Il presidente di Confindustria Sicilia: "La politica non li avrebbe dovuti creare, sono stati selezionati con valutazioni clientelari, ma adesso dobbiamo far sì che questo personale possa diventare produttivo"

PALERMO. La politica non li avrebbe dovuti creare, ma una volta che ci sono «facciamoli lavorare, anche per ridare dignità alla loro situazione». Loro sono i precari, con qualsiasi sigla, soprattutto gli ex Pip di Palermo, 3.200 persone «assoldate» dodici anni fa con la promessa di un sussidio e che costano al bilancio regionale 36 milioni all'anno. A lanciare il forte appello alle istituzioni, perché questo personale sia almeno produttivo, è il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, per il quale «tutti i precari, da quelli dell'articolo 23 agli Lsu, ai Pip, sono stati selezionati con valutazioni politiche e clientelari, in base all'appartenenza a partiti o per scambi elettorali, sulla pelle di tantissimi siciliani che non hanno avuto mai la possibilità di partecipare a un concorso pubblico e trasparente. Le statistiche ci dicono che nella nostra regione un giovane su due fino a 24 anni è disoccupato e lo resterà fino a 30».



Ai microfoni di «Ditelo a Rgs» Lo Bello cerca di fare aprire gli occhi sul futuro di queste migliaia di persone «che vanno salvaguardate in maniera intelligente. In passato il ragionamento è stato ”io ti do un posto e tu non lavori e vieni pagato”. Ormai il danno è fatto, ma va messo un punto fermo. Non si può mandarli a casa, ma devono essere resi efficienti».
Sul banco degli imputati c'è il sistema di reclutamento che dalla fine degli anni Ottanta ha permesso di gonfiare le file del precariato in Sicilia, creando «mostri» capaci di ingessare i bilanci comunali e regionali e di mettere in ginocchio intere città con proteste e barricate per ottenere rinnovi, proroghe e garanzie occupazionali.


La miccia è accesa da Giovanna Quattrocchi, una cittadina palermitana di 52 anni, disoccupata, iscritta all'ufficio di collocamento nel settore ristorazione, come cameriera, che non riesce a trovare lavoro. «Io vorrei sapere - si chiede provocatoriamente - come si fa a entrare in uno di questi bacini di precariato, in una cooperativa. A chi bisogna rivolgersi? Nessuno mi toglie dalla testa che i posti vengono dati in cambio dei voti». Ma i diretti interessati si difendono. In particolare, Michele Dina, uno degli oltre tremila ex Pip oggi contrattualizzati dalla Social Trinacria onlus, lavora assieme ad altri 32 colleghi nell'amministrazione della società che cura le convenzioni con i circa 190 enti pubblici e privati utilizzatori di questo personale nel comprensorio palermitano. «Io partecipai a un bando pubblico per soggetti svantaggiati. Per dieci anni abbiamo ricevuto un sussidio di 620 euro - spiega -. Finalmente nel 2010 abbiamo firmato un contratto».



A ricostruire la storia del bando incriminato è Mimmo Russo, consigliere comunale del Mpa, che dalla fine degli anni Novanta segue il percorso di questi precari. «Nel 1999 il Comune di Palermo pubblicò un bando con contributi europei per piani di inserimento professionale - racconta -, ossia stage formativi in aziende private per circa 2400 giovani. Le associazioni datoriali poi si tirarono indietro e il Comune, con provvedimento del commissario straordinario Guglielmo Serio e vice Nicola Maggio, assegnò queste persone a cooperative e associazioni, per stage di un anno, un totale di 800 ore, fino al 31 dicembre 2001». Per completare lo stage, però, fu necessario più tempo, a questo contingente fu unito un migliaio di ex detenuti, che formarono l'enorme bacino di «Emergenza Palermo».



Una prassi che il segretario regionale della Cisl, Maurizio Bernava, definisce «vergognosa», avviata già nel 1988 con i cosiddetti «ex articolo 23», «che hanno distrutto il concetto di lavoro in Sicilia, inserendo personale negli uffici pubblici senza graduatorie, ma solo con logiche clientelari - afferma -. Non vogliamo fare il processo agli ex Pip, ma alla classe politica che ha combinato questo guaio e ora deve risolverlo, con una riduzione degli sprechi e degli affidamenti esterni di lavori che possono tranquillamente svolgere queste persone». Insomma, l'imperativo è: adesso fateli lavorare.

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