Micciché: sulla possibile chiusura di palazzo Riso clientele e nepotismo"

L'ex sottosegretario, in un'intervista all'Ansa, tira in ballo Gesualdo Campo, dirigente del dipartimento dei Beni culturali della Regione: "Ha tentato di indicare la moglie come direttore del museo"

PALERMO. Nessun problema di gestione né di amministrazione o di ritardi nell'assegnazione di fondi, dietro la polemica su Palazzo Riso, sede del museo d'arte contemporanea a Palermo e al centro di voci su una possibile chiusura finora smentite dal governo regionale, ci sarebbero motivi clientelari e di nepotismo. Ne è convinto l'ex sottosegretario Gianfranco Micciché che tira in ballo Gesualdo Campo, dirigente del dipartimento dei Beni culturali della Regione siciliana, che avrebbe tentato di indicare la moglie come direttore del museo.
All'ANSA, il leader di Grande Sud, che per primo ha sollevato il rischio di chiusura per il museo, dà la sua versione: "La questione dei fondi europei (12 milioni del Po-Fesr ndr) è la goccia che ha fatto traboccare il vaso - sostiene - La vera questione riguarda la sistemazione della moglie di Gesualdo Campo". Micicché quindi riferisce di un incontro col superburocrate. "Un giorno questo dirigente della Regione mi è venuto a trovare - afferma - dicendomi che era sua intenzione mettere a capo di Palazzo Riso la moglie, una 'ottocentista'. Ci sono rimasto di stucco: ho obiettato che un museo d'arte contemporanea guidato da un'esperta di arte dell'Ottocento non era proprio un'idea geniale. Lui ha insistito, adducendo per altro delle motivazioni legate al ricongiungimento con la moglie".
Micciché spiega di avere riferito su quell'incontro al governatore, Raffaele Lombardo: "Ho raccontato questa vicenda al presidente e tutto è finito lì". Aggiunge Micciché: "In questa vicenda, non credo che Lombardo, né l'assessore regionale ai Beni culturali Sebastiano Missineo c'entrino poi molto. Non considero loro i responsabili, qualche altro componente del governo, sì". Quindi lancia una sorta di appello all'assessore Missineo: "Non lo conosco, mi hanno detto che è persona seria. Se ciò è vero, allora, mi auguro che non si pieghi ai capricci di Campo. E' incredibile come ogni volta che in Sicilia qualcosa funzioni, esce fuori un alto burocrate che si mette di traverso per rovinare tutto".
Micciché spiega quali sono i suoi rapporti con l'attuale direttore del museo, Sergio Alessandro: "Mi accusano di essere il big sponsor del direttore? Se questo legame è inteso come amicizia affaristica e clientelare allora lo nego assolutamente". "In tutta la mia vita - prosegue l'ex presidente dell'Assemblea regionale - ho incontrato il direttore una sola volta, se non ricordo male nel corso di una mostra della Biennale a Venezia. Se big sponsor, invece, significa difensore di una persona e di un team che hanno dimostrato, con i fatti, di sapere lavorare in maniera eccellente, allora non posso che rivendicare con orgoglio questo appellativo".
Sul caso interviene in una nota il sindacato Cobas/Codir, che rappresenta il maggior numero di dipendenti della Regione siciliana: "Le dichiarazioni di Gianfranco Micciché sulle presunte pressioni di Gesualdo Campo, per 'impostare' la moglie come direttore del museo Palazzo Riso, non ci sorprendono per il contenuto ma, se fossero provate, sarebbero l'ennesima conferma che il 'sistema Sicilia' portato avanti da questo governo regionale è retto su un'impalcatura infarcita di clientele e nepotismi come più volte da noi denunciato".


LA REPLICA. "Non ho difficoltà a confermare i contenuti della conversazione amichevole con Gianfranco Micciché, con cui non ho alcun motivo di polemizzare, che ha ritenuto di divulgare. E' avvenuta nei primissimi mesi del 2010, poco dopo la mia nomina a dirigente regionale del dipartimento regionale dei Beni culturali e dell'identità siciliana, che ha implicato il mio trasferimento di sede lavorativa da Catania a Palermo". Lo dice il dirigente generale Gesualdo Campo, replicando alle dichiarazioni di Gianfranco Micciché, sulle sue presunte pressioni per far mettere a capo del museo Riso la moglie.
"Dissi a Micciché della mia legittima aspirazione al congiungimento familiare a Palermo - precisa - ipotizzando l'eventualità che mia moglie, essendo dirigente storico d'arte dell'amministrazione regionale con formazione ottocentista, potesse essere utilizzata nel museo regionale d'arte moderna e contemporanea di Palermo. Poiché il museo è stato orientato solo sull'arte contemporanea è venuto meno il presupposto dell'ipotesi che, in quella conversazione, avevo formulato, non avendo mia moglie alcuna aspirazione per le qualificazioni professionale e istituzionale che riveste, a occuparsi in via esclusiva d'arte contemporanea".

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