Flessibilità per fare crescere l'Italia

Il governo è intenzionato ad andare avanti sulla strada di una maggiore flessibilità del lavoro anche nelle aziende con più di 15 dipendenti. La conferma, è arrivata dall'intervista al Corriere della Sera di ieri del ministro Sacconi. L'intervento ha animato il dibattito con i sindacati che preparano uno sciopero generale per il 2 dicembre e la sinistra che grida in coro sostenendo che ci sarà solo l'aumento dei disoccupati. Tuttavia anche su questo fronte, come su quasi tutto il resto, l'opposizione appare divisa. Dice Matteo Renzi, sindaco Pd di Firenze e giovane capo dei "rottama tori" (ha solo 35 anni): «L'organizzazione più lontana dalla mia generazione sono i sindacati -dice- Più di un iscritto su due è in pensione mentre noi, se va bene, ci andremo a 70 anni. E hanno giri d'affari miliardari». Per non parlare di Pietro Ichino, giuslavorista di grande fama, iscritto alla Cgil e parlamentare del Pd che da anni propone la ricetta della "flexsecurity". Vale a dire la riforma globale della legislazione del lavoro che dia la possibilità all'azienda di liberarsi di eventuali esuberi a fronte di una penale a favore al lavoratore.
Viceversa le procedure attuali sono lente e macchinose. Oggi un'azienda con più di quindici dipendenti che deve alleggerire il personale per motivi economici (calo delle vendite, perdita di una commessa, avverse situazioni congiunturali) deve intraprendere un lenta e tortuosa procedura, come dimostreremo in una serie di prossimi articoli. Tutto l'insieme accompagnato da lunghissime trattative sindacali, autorizzazioni ministeriali, bolli Inps. Senza contare la magistratura che può annullare e ordinare il reintegro dei dipendenti. Un sistema assolutamente incompatibile il mercato globalizzato.
Su questo punto, quindi, bisogna focalizzare bene l'attenzione ricordando, come ha fatto Sacconi alcuni grandi economisti di sinistra. Per esempio Paolo Sylos Labini che nel 1985 scriveva della "Libertà di licenziare per salvare l'occupazione": Oppure del Premio Nobel Franco Modigliani (tanto caro ai neo-keynesiani di casa nostra) che nel 1998 spiegava :"Quando le aziende non possono mandare via nessuno, non assumono, specialmente i giovani". Oggi, infatti sul mercato del lavoro è più difficile uscire che entrare. La flessibilità si concentra sui giovani e su quanti vorrebbero lavorare. Una situazione che limita l'impiego delle risorse disponibili. Non a caso il tasso di occupazione è molto basso. Solo il 58% degli italiani fra 16 e 64 anni contro una media europea superiore al 70%. Per le donne siamo addirittura al 47%. Ma le contraddizioni non si fermano qui. La soglia di applicazione dello Statuto dei Lavoratori è stata fissata a quindici dipendenti. Perché non trenta, per esempio, come chiede una riforma proposta dai radicali? Il risultato è la condanna al nanismo. Molti imprenditori preferiscono restare piccoli oppure sono costretti a segmentare la produzione in tante unità produttive di minime dimensioni con evidente dispersione di energie e di risorse.
L'elenco delle contraddizioni è lunghissimo. Oltre alla penalizzazione dei giovani bisogna considerare la divaricazione fra lavoratori impiegati nelle grandi aziende che godono di fortissime tutele (a cominciare dalla facilità di accesso alla cassa integrazione) e di stipendi, mediamente, più alti rispetto alle aziende minori.. Dove peraltro si può essere licenziati senza tanti complimenti. In questo senso è appena il caso di notare un'altra contraddizione. Oggi i partiti di sinistra non perdono occasione per condannare la precarietà. Dimenticano che fu proprio un governo di sinistra (Prodi presidente, Tiziano Treu ministro del Lavoro) a inventare nel 1997 i co.co.co. Una conferma che poi la realtà è più forte delle ideologie. Tutto questo per dire che il buon senso e il pragmatismo devono prevalere. Un sindacato, e una sinistra di stampo moderno, non devono difendere il posto di lavoro ma garantire il lavoratore. Le due definizioni non si identificano. La tutela dell'esistente porta solo al disastro. Se l'azienda va male salta l'occupazione e anche gli occupati. La lettera inviata la scorsa estate dalla Bce al governo italiano è chiara al riguardo.
Il problema non sono tanto le pensioni (che pure avrebbero bisogno di una manutenzione) quanto le rigidità sul mercato del lavoro che non hanno eguali in Europa. L'evidenza è palese. Se un'impresa è in crisi non è certo costringendola a tenere a libro paga i dipendenti eccedenti che si salva. Casomai se ne affretta la morte. E allora il fuoco va spostato. Va tutelato il diritto del lavoratore, non il posto di lavoro. Di questo in Italia si parla poco. Il sindacato è totalmente concentrato sui due poli opposti: la difesa degli occupati e poi dei pensionati. Tutto quello che sta in mezzo è terra di nessuno. E si vede.

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