Guerriglia a Roma, la condanna unanime

Questa volta, almeno, la condanna della violenza è unanime. Scontata quella degli esponenti del centro-destra. Un po' meno a sinistra che, soprattutto nelle fasce più radicali, fatica sempre a dissociarsi dal teppismo politico. Magari perché sono solo "compagni che sbagliano". Stavolta, invece, i black bloc non hanno ricevuto nessuna solidarietà e nessuno, almeno fino a questo momento, ha accusato le forze dell'ordine. Un buon passo avanti rispetto a certi copioni. Anche se è giusto ricordare che il conservatore Cameron e il progressista Obama dinanzi a proteste meno forti hanno avuto reazioni ben più dure di quelle adottate dal nostro governo.
Sui fatti di ieri una distinzione è cruciale. Da una parte la violenza, sempre e comunque da condannare. Dall'altro le ragioni della protesta che, invece, vanno poste all'ordine del giorno del dibattito politico. La solidarietà verso i giovani arriva anche da una tribuna insospettabile come la Banca d'Italia. Il governatore che tifa per i ragazzi in strada (almeno fino a quando non c'è stata violenza) è una novità assoluta. Le parole di Draghi segnano una discontinuità importante (anche se una questione di opportunità si pone dato il ruolo istituzionale che svolge).
Ma che cosa significa, in concreto, ascoltare le ragioni della protesta? Su questo punto le ricette divergono fra chi, soprattutto a sinistra, invoca un ritorno in grande stile dello Stato nel governo dell'economia e quanti, a destra parlano di riforme (senza purtroppo riuscire a farle). Occorre, allora, essere molto chiari. Se siamo arrivati a questo punto è proprio perché, nell'ultimo mezzo secolo, la presenza pubblica nell'economia e nella società è stata fin troppo penetrante. La conseguenza è stata l'esplosione del disavanzo pubblico che ha trasferito la sovranità alle agenzie di rating e al mercato che ha il compito di finanziare gli squilibri. Appare, quindi, sbagliato l'obiettivo della protesta. I giovani che danneggiano le sedi delle banche oppure i palazzi che ospitano le borse valori scambiano le cause con gli effetti. Non è il sistema finanziario che ha provocato la crisi ma la sua degenerazione unita all'eccesso di indebitamento pubblico: con la politica che non ha saputo governare né l'una né l'altra.
Per anni gli osservatori più attenti hanno spiegato che l'avanzare del deficit stava divorando il futuro. Inutili ammonimenti verso uomini politici di scarsa visione. I padri votavano. Le future generazioni ancora no. Era diffusa la convinzione che il conto sarebbe arrivato tardi nel tempo. La realtà è stata rapida. Ora occorre risanare e fare sacrifici. Ma le privazioni, è noto, non sono popolari. Lo stesso governatore Draghi, da un lato invita la politica ad ascoltare la voce dei giovani. Dall'altro, però, indica una ricetta che, almeno sul breve periodo, è fortemente recessiva. La lettera che ha firmato all'inizio di agosto con Trichet contiene un menù largamente condivisibile. Resta il contenuto di severità che aumenta il disagio sociale. La protesta degli indignati, che ieri ha reso Roma terra di guerriglia, è anche il frutto di queste ricette. Non solo in Italia ma in tutto il mondo. Valga per tutti l'esempio della Grecia. Purtroppo una leadership debole non riesce a proporre lo scambio tra i sacrifici di oggi e i benefici di domani. Le riforme non si vedono. I tagli, invece, provocano dolori. Non si vedono crescere, in parallelo alle politiche di austerità, le novità su cui costruire un ordine autenticamente liberale che offra ai giovani opportunità, speranze, lavoro.
Nell'Italia di oggi questo cerchio si ritrova, soprattutto, nella rigidità del mercato del lavoro che scarica proprio sui giovani tutto il peso della flessibilità. I padri, dentro, con molti vantaggi. I figli, fuori, esposti ai venti della congiuntura.
È questa la vera, immensa, ingiustizia dell'Italia di oggi. È contro questo sistema che i giovani dovrebbero indirizzare la loro protesta. Non contro banche e borse considerate il simbolo di un capitalismo da rifiutare. Per fare cosa, poi? L'alternativa rappresentata dal socialismo reale non ha dato grandi prove. La Cina e la Russia non hanno mai conosciuto uno sviluppo economico tanto elevato, seppur tumultuoso e squilibrato, come adesso quando cioè sono entrati nei meccanismi del capitalismo. Milioni di contadini strappati alla fame. Nulla di paragonabile nella lunga notte del comunismo. Serve un capitalismo liberale che non chiede affatto meno Stato. Casomai ne vuole di più. Ma non per vederlo scendere in campo come attore dell'economia. Lo vuole negli abiti di arbitro duro e inflessibile. Difensore di valori, non di interessi. Espressione autentica della volontà popolare non dispensatore di favori e privilegi. Dovrebbe essere questa la protesta dei giovani. Il sogno del futuro unito, è giusto chiederlo, allo spirito di sacrificio e alla voglia fare, al senso di intraprendenza ed alla cultura del merito. La speranza in un mondo migliore, come solo i giovani possono fare. Prendersela con le banche, i mercati, la speculazione non serve a nulla. Il loro primato nasce dalla debolezza della politica. Non viceversa. fondi@gds.it

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