Barconi dalla Tunisia: è necessaria una svolta

Quanto avviene in queste ore a Lampedusa è la classica goccia che dovrebbe fare traboccare il vaso. È la prova che la politica di andare a soccorrere in mezzo al mare i barconi provenienti dalla Tunisia carichi non di potenziali profughi politici, ma di immigranti clandestini e di stipare i loro occupanti nel centro di accoglienza dell'isola per poi rimpatriarli forzosamente è sbagliata. È la prova che il sindaco DeRubeis non straparla quando sostiene che «l'attuale governo tunisino è peggio di quello che c'era ai tempi di Ben Ali: si stanno liberando di tutti gli avanzi di galera mandandoceli qui da noi a Lampedusa». È la prova, infine, che gli attuali accordi di «rimpatri razionati» con la Tunisia, cui pure abbiamo dato fior di soldi e di mezzi perché si facesse carico del problema, non funzionano.
Non basta che il Viminale prometta ora di liberare nel giro di 48 ore Lampedusa dei più di mille tunisini che hanno cercato di metterla a ferro e fuoco, trasferirli in continente per poi rimandarli a casa: è un sistema troppo macchinoso e costoso e comunque non impedisce ulteriori invasioni. Bisogna, invece, adottare i metodi utilizzati dagli altri Paesi Ue afflitti dal medesimo problema e impedire a chi non ne ha diritto di mettere piede sul suolo italiano. Il sistema c'è: basta che quando una nostra unità navale intercetta una carretta del mare proveniente dalla Tunisia (e con i satelliti non è difficile accertarsene), non la traini fino al porto di Lampedusa, ma la riaccompagni fino al limitare delle acque territoriali tunisine, avvisando le autorità locali che da quel momento in avanti sono responsabili per la sua sicurezza.
Le unità navali attualmente impegnate per soccorrere i barconi sono più che sufficienti allo scopo, e si eviterebbe una procedura di rimpatrio macchinosa, costosa e che fa acqua da tutte le parti: infatti, una volta sbarcati in Italia gli immigrati non accettano il rimpatrio, e o scatenano l'inferno come a Lampedusa, o fuggono dai centri in cui vengono parcheggiati sul continente per darsi alla clandestinità. Magari non saranno tutti delinquenti, come sostiene DeRubeis, ma non possono neppure essere accolti come pretenderebbero i «buonisti».
Quando la Tunisia aveva un regime autoritario (con cui peraltro intrattenevamo ottimi rapporti), c'era la possibilità che, a bordo dei barconi, ci fosse qualcuno bisognoso di asilo politico. Ma ora che, grazie alla Primavera araba, il Paese ha conquistato la libertà, i suoi cittadini non hanno più alcun motivo, se non quello economico, per trasferirsi da noi: ciò nonostante, sono arrivati a tutt'oggi 26.354 persone. E in Italia, in questo momento, non c'è spazio per nessuno, meno che meno per individui che, con il loro comportamento a Lampedusa, hanno dimostrato di essere ingrati, indisciplinati, ribelli: finirebbero o nel giro del lavoro nero, o in quello della criminalità organizzata. Intanto, hanno scatenato una specie di guerriglia, che sta mettendo a dura prova le forze dell'ordine. Una delle organizzazioni umanitarie presenti sull'isola segnala che la situazione «è estremamente pericolosa».
Siamo consci che la nostra proposta susciterà proteste, obiezioni e accuse a vari livelli, compreso quello internazionale, ma se non cogliamo questa occasione per prendere il toro per le corna, i tunisini continueranno ad arrivare a Lampedusa fino a quando non avranno esaurito i barconi e gli abitanti dell'isola saranno portati all'esasperazione. A giudicare dai commenti dei lettori alle notizie pubblicate dai principali giornali on-line, il novanta per cento degli italiani chiede oggi una linea più dura; e se c'è un'occasione in cui sarebbe opportuno tenere conto dei sondaggi, è proprio questa.

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