Ipotesi aumento dell’Iva per 3 mesi

Berlusconi: “Se fosse necessario si potrebbe passare dal 20 al 22%. No di sindacati e commercianti"

ROMA. Niente rincaro Iva. Per ora. Il ricorso ad un aumento dell'imposta sui consumi per il momento non c'é. Ma rimane comunque una sorta di "clausola di salvaguardia", una estrema ratio. Tanto che in serata il premier Silvio Berlusconi, da Parigi, torna a parlare della possibilità di un rincaro, magari solo per 3 mesi. "Se fosse necessario - dice - l'Iva potrebbe passare dal 20 al 22%, ad esempio per tre mesi".  
Che il capitolo non è chiuso lo aveva già assicurato nei giorni scorsi lo stesso Berlusconi, che ha sempre caldeggiato questa misura (voluta anche da Confindustria, ma invisa ai sindacati), in contrapposizione al ministro dell'economia Giulio Tremonti che vuole invece tenerla per la delega fiscale. Il vertice di Arcore di due giorni fa aveva deciso di non modificare l'aliquota, ma certo il capitolo non è chiuso se il vicepresidente della commissione Lavoro alla Camera, Giuliano Cazzola (Pdl) avverte: aumentare l'Iva "é quasi una misura inevitabile. Se vogliamo salvare i conti - ha detto ad Affaritaliani.it - per forza di cose dobbiamo passare dal 20 al 21 per cento".  
Quello dell'Iva è un 'tesoretto' che garantirebbe un maggior gettito che può oscillare tra i 4 e i 7,5 miliardi. L'ipotesi di un aumento trimestrale al 22% è solo l'ultima e si aggiunge a quelle già allo studio che circolano. Prevedono: l'innalzamento dell'aliquota ordinaria dal 20% al 21%, che garantirebbe un aumento di gettito stimato pari a 4 miliardi di euro annui; oppure, oltre l'aumento dell'aliquota ordinaria al 21%, anche l'aumento di un punto delle aliquote al 4% e al 10%, generando così un maggior gettito pari a 7,5 miliardi di euro annui. Tra le ipotesi che circolavano invece prima che il vertice di maggioranza stoppasse la misura, si parlava della possibilità di un ritocco all'insù di un punto e mezzo dell'aliquota ordinaria al 20%, ma non si escludeva l'ipotesi di un incremento solo di mezzo punto. Un'altra strada possibile è quella di un aumento dell'1% delle aliquote del 20% e del 10%, lasciando invariata quella al 4% sui beni di prima necessità.   
 Per il titolare del Tesoro, tuttavia, sarebbe meglio rinviare l'incremento dell'Iva ad un secondo momento, quando cioé si realizzerà la delega fiscale. In sostanza per usare il gettito aggiuntivo come cassa sia per realizzare la riforma fiscale sia per attenuare l'impatto della riforma assistenziale, con i conseguenti tagli al welfare. Contrari ad un innalzamento dell'Iva il fronte produttivo, il commercio, la grande distribuzione, l'industria alimentare, ma anche sindacati e consumatori. Il leader della Cisl Raffaele Bonanni è tornato a ribadire il proprio 'no' all'uso dell'Iva per altre ragioni che non siano quelle di fare la riforma fiscale. Per la Confesercenti sarebbe una scelta "sciagurata" che costerebbe fino a 400 euro a nucleo familiare e rallenterebbe i consumi. Contrari anche i consumatori, per i quali l'Iva è un pericoloso moltiplicatore dei prezzi petroliferi, con pesanti ripercussioni sull'inflazione. Confindustria si è detta invece favorevole ad un innalzamento di un punto dell'aliquota ordinaria: questo, ha spiegato la scorsa settimana il direttore generale Giampaolo Galli, porterebbe un gettito aggiuntivo di 3,7 miliardi di euro e, a parità di saldi della manovra, "non determinerebbe effetti depressivi aggiuntivi" su domanda e Pil.

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