Consulenze alla Regione, servono davvero?

Certo desta qualche imbarazzo leggere che la Regione siciliana spende otto milioni di euro in consulenze mentre a tutto il Paese viene chiesto uno sforzo supplementare per il risanamento dei conti. È certamente strabiliante che, fra nuovi contratti e rinnovi, venga in media preparato un protocollo al giorno. Il presidente Lombardo, mentre nel Paese infuriavano le polemiche sulle dissipazioni negli enti locali, ha annunciato un taglio del 30% dei compensi. Nessuna promessa, invece, sul metodo né, tanto meno, un chiarimento nel merito di queste collaborazioni.
Ma servono davvero tutti questi contratti? Dal 2009 ne sono stati stipulati 691 e sembrano non bastare mai. Ad agosto, con le ferie in arrivo, ne sono stati stipulati altri due.
Sui criteri di scelta, però, non c'è nessuna trasparenza. Certamente si tratta di personalità di alto profilo. Ma perché loro e non altri?
Sicuramente avrà fatto premio il rapporto fiduciario con l'assessore di turno. Il criterio, in astratto, non si discute: ognuno si sceglie i collaboratori di cui si fida maggiormente. Tuttavia non c'è nessuna chiarezza sul percorso seguito per giungere alla designazione.
Il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello aveva lanciato una proposta per rendere pubbliche le nomine. L'idea era quella di mettere su internet i profili professionali prescelti, indicare le funzioni e, al termine del mandato, fare un riassunto dell'attività svolta. In questa maniera tutti i siciliani che lo desiderassero potrebbero essere informati. Essendo spese a carico della collettività sarebbe stata una scelta opportuna. Invece nulla.
La Regione va avanti con l'andazzo di sempre. La riservatezza come valore assoluto. Il silenzio come dogma. Il segreto come scelta amministrativa. Incuranti del fatto che le risorse sono sempre di meno e quindi sarebbe opportuno far sapere come vengono utilizzati quei (pochi) fondi che rimangono.
La pratica costante dei rinnovi avvalora altri sospetti. Per esempio che si tratti di nuove assunzioni senza concorso. Tutto si svolge fra amici e chi ci mette il naso, in difesa dei contribuenti, è considerato appunto un fastidioso ficcanaso.
I tagli alla finanza pubblica non sono solo un fatto contabile. Rivestono anche una funzione moralizzatrice perché dovrebbero spingere la classe politica ad un uso più attento delle risorse pubbliche. Invece non accade nulla. Tutto come prima.
Per non parlare degli effetti devastanti sul personale. L'uso e l'abuso di consulenti finisce per essere un alibi al fannullonismo. Perché impegnarsi a far funzionare gli uffici se tanto, alla fine, le decisioni che contano davvero vengono prese prese in sedi esterne?
Ecco perché lo stop alle consulenze, prima ancora che a ragioni di bilancio, obbedisce a criteri di buona gestione. E' mai possibile che su ventimila dipendenti della Regione non ci sia nessuno capace di occuparsi di politiche sociali, oppure del riassetto delle aree alluvionate?
Per non parlare delle politiche innovative per l'agricoltura o del rischio clinico. Tutti temi importanti, per carità: ma siamo davvero certi che solo dei consulenti siano capaci di svolgere queste funzioni?
E se anche ci fossero dei vuoti in organico potrebbero essere avviati percorsi di formazione. Otto milioni sono più che sufficienti per preparare super-esperti interni alla Regione. Senza dover cercare fuori. E invece no.

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