La repressione in Siria e l'aiuto (che non ci sarà) dell'Occidente

La scelta del momento e del luogo della più feroce repressione dall'inizio della rivolta indica chiaramente gli obbiettivi del regime siriano. Colpendo la vigilia del Ramadan, il presidente Bashar al Assad lancia un monito ai dissidenti a non utilizzare i raduni serali nelle moschee in programma nel prossimo mese per alimentare la rivoluzione, come è nelle intenzione di un certo numero di imam radicali. Colpendo la città di Hama, roccaforte sunnita che suo padre Hafez rase al suolo 29 anni fa, stroncando con 20.000 morti un tentativo di insurrezione dei Fratelli musulmani e che anche stavolta era l'epicentro della protesta, fa intendere al Paese che è disposto a tutto per mantenere il potere. Ma la mossa sembra tradire anche la paura che, dopo quattro mesi di dimostrazioni via via sempre più massicce e spesso soffocate nel sangue, la situazione stia sfuggendo al suo controllo.



Iniziata in provincia, la «primavera» siriana si è infatti estesa di recente ai quartieri popolari di Damasco e Aleppo e sta gradualmente coinvolgendo anche quella borghesia che ha prosperato sotto il dominio degli Assad, ma che ora vede il suo benessere minacciato dalle sanzioni e dal crollo dell'economia. Ormai non c'è angolo del Paese che non sia coinvolto e perfino nella minoranza Alawita che domina l'esercito e le forze di sicurezza si stanno registrando le prime defezioni. Già prima del brutale assalto ad Hama, i morti erano 1600-1700, gli arresti almeno 12.000 e decine i villaggi devastati.
Come in Tunisia un fruttivendolo che si è dato fuoco per protesta era diventato l'icona della ribellione, così i siriani avevano elevato a loro eroe Hamza al Khatib, un ragazzo di tredici anni ucciso e orribilmente mutilato dalla polizia. Il tentativo del regime di attribuire un buon numero di vittime all'azione di «terroristi ed agenti stranieri» non ha trovato il minimo credito.



L'improvvisa escalation della repressione è dovuta anche al fallimento della tattica del bastone e della carota tentata da Bashar nel corso della primavera. Per tre volte si è rivolto al Paese promettendo riforme, liberazione dei prigionieri politici, multipartitismo, perfino fantomatiche elezioni da tenersi in agosto. Ma, poiché nessuno di questi impegni è stato mantenuto, la maggioranza dei siriani sembra avere deciso che nessun compromesso con il clan Assad è possibile. Di conseguenza, la difesa del regime è diventata per Bashar e i suoi una questione di vita o di morte.



Che cosa accadrà ora? Le immediate condanne - e annunci di un inasprimento delle sanzioni - da parte dell'Occidente non serviranno a fermare gli Assad. Un intervento militare stile Libia è escluso a priori, sia perché nessuno è disposto a impegnarvisi, sia perché la Siria è protetta dall'Iran, sia perché - sotto sotto - tutti, Israele compresa, paventano un dopo Bashar di sangue, con le varie sette l'una contro l'altra armate e la possibile destabilizzazione dell'intero Medio Oriente. Per liberarsi del regime, i siriani dovranno cavarsela da soli, aiutati da Internet e telefoni cellulari che, in uno dei suoi momenti «liberali», il presidente aveva introdotto. Ma, almeno per ora, non hanno una vera organizzazione, non hanno un leader e, per quanto ostentino unità, sono divisi tra sunniti, curdi, cristiani. Una cosa sola è certa: la lotta non è finita con l'assalto ad Hama.

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