I nodi irrisolti del referendum

Che succederà ora dopo il referendum? Sorvoliamo, per il momento, sui risvolti politici, che pure esistono, come è noto a tutti. Ma il problema vero è che cosa accadrà per il nucleare e soprattutto per l'acqua. Quello per il legittimo impedimento non era mai stato un problema («cassato» in gran parte dalla Consulta costituzionale, per la rimanente parte era in scadenza). Per il nucleare vale quanto ha affermato, subito dopo i risultati del nostro referendum, dal ministro dell'Industria giapponese Banri Kaleda, tutt'altro che terrorizzato dall'atomo: «Per noi il nucleare resta un punto fermo, nonostante Fukushima, che non ha provocato alcuna vittima. Il nucleare rimane una delle quattro colonne fondamentali del nostro sistema economico».



In nessun paese al mondo (446 reattori nucleari) è stato mai promosso un referendum sul nucleare e persino in Germania, che i verdi hanno pubblicizzato come il massimo modello da imitare perché la Merkel ha deciso di dismettere i reattori nel 2022 quella decisione è molto discussa. La premier tedesca sino a qualche mese fa era nuclearista.
E, giustamente, ha commentato il professore Umberto Veronesi «la decisione tedesca non è stata presa né dalla popolazione, né dal parlamento, ma dal governo. Bisogna ricordarsi che lo stesso annuncio era stato fatto dal governo tedesco all'indomani di Cernobyl, poi non se ne fece niente». Ma il problema vero è la scarsità di approvvigionamenti energetici: le rinnovabili non potranno mai essere alternative al petrolio e al gas, tutt'al più integrative. Sono, fra l'altro, molto costose (vedere le nostre bollette) e fonti ininterrotte di speculazioni e truffe, nonostante il «taglio» delle sovvenzioni attuato di recente dal ministro Romani. Senza considerare, lo confermano gli esperti, che fra 50 anni il greggio finirà e, fra 80-100 anni, il carbone e poi toccherà al gas. Non basterà ricoprire interamente l'Italia con pannelli solari e persino le nostre coste con pale eoliche per rispondere ai nostri crescenti bisogni energetici.



Ora dobbiamo ricorrere a maggiori acquisti dall'estero soprattutto di gas. Nei prossimi cinque anni avremo un maggiore costo di almeno 30 miliardi di euro (attualmente importiamo l'85% di greggio, gas e carbone), facendo balzare la nostra bolletta energetica a quota 80 miliardi. La situazione sarà poi ancora più grave se continueranno ad essere bloccati i lavori per costruire due nuovi rigassificatori (Brindisi e Porto Empedocle), che potrebbero consentirci maggiori disponibilità sul mercato mondiale del metano.
Che cosa dire poi dell'acqua? Sono già in atto grandi manovre per annullare o per lo meno stemperare gli effetti del referendum. L'Anci ha dato disposizioni precise ai Comuni per limitare i danni dall'estromissione delle spa, anche perché bisogna garantire, per decisione di Bruxelles, le gare nell'affidamento della gestione dei servizi idrici. C'è anche una proposta di legge Bersani per regolarizzare la materia, ma si è scoperto che è incompatibile con l'esito del referendum. Lo ha ammesso anche Antonio Di Pietro. Insomma, una bella matassa, che diventa ancora più intricata se si considerano i costi necessari (120 miliardi per ammodernare le decrepite reti idriche), anche per evitare le pesanti sanzioni già minacciate dalla Ue. Non a caso l'Anci, si è affrettata a chiedere al governo le risorse finanziarie necessarie. Lo ha fatto però dopo il referendum, non prima.

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