Obama, le elezioni e il futuro incerto dell'America

Un'indagine del New York Times ha improvvisamente infiammato la campagna presidenziale americana, anche se mancano ancora diciotto mesi alle elezioni: dai tempi di Roosevelt, ha scritto il giornale, nessun inquilino della Casa Bianca è riuscito a ottenere un secondo mandato se il tasso di disoccupazione era superiore al 7,5%. Dal momento che, negli Stati Uniti, è appena passato dal 9,0 al 9,1 per cento, perché il milione e centomila dipendenti pubblici licenziati in seguito alle misure di austerità ha superato il milione netto di posti di lavoro creato dal settore privato e le prospettive per il futuro non sono incoraggianti, i repubblicani sono giunti alla conclusione che nel novembre 2012 Barack Obama sarà battibile; di conseguenza, i numerosi aspiranti alla candidatura del GOP si sono fatti coraggio e hanno cominciato a giocare le loro carte. Per adesso, solo tre sono scesi formalmente in campo e hanno cominciato a sondare gli elettori dello Iowa e del New Hampshire, dove comincerà il girotondo delle primarie: l'ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, che gli allibratori danno come favorito; l'ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, che lo segue a qualche distanza; e l'ex Speaker del Congresso ai tempi di Clinton Newt Gingrich, dato addirittura 66 a 1. Ma altri potrebbero decidere di tentare l'avventura, dalla ormai celebre (ma difficilmente eleggibile, perché considerata poco qualificata) Sarah Palin al fascinoso ex governatore dello Utah Jon Huntsman.



Battere un presidente in carica ("incombente" è il termine usato oltre Atlantico) non è mai stato facile: nel dopoguerra ci sono riusciti solo Ronald Reagan con Carter nel 1980 e Bill Clinton con Bush sr. nel 1992. Ma Obama naviga in acque abbastanza agitate per ipotizzare un tris. Dopo un periodo di timida ripresa, l'economia è di nuovo in fase di stallo e, oltre che con i 14 milioni di senza lavoro deve fare i conti con il milione e passa di cittadini che hanno perso la propria casa perché incapaci di far fronte alle rate del mutuo. Fino adesso, i sussidi per 800 miliardi di dollari stanziati da Obama avevano sostenuto la ripresa, ma questi fondi sono in via di esaurimento, e il Congresso che da gennaio è in mano ai repubblicani non ha la minima intenzione di ripetere l'operazione. Anzi, i deputati, preoccupati da un deficit che si aggira intorno al 10 per cento del PIL e dal conseguente, vertiginoso aumento del debito pubblico, ha bocciato la richiesta della Casa Bianca di alzarne il "tetto", mettendo l'esecutivo in gravi difficoltà. I repubblicani non sentono ragione: l'amministrazione Obama, secondo loro, è la più "statalista" del dopoguerra e le sue interferenze nell'economia reale devono essere ad ogni costo ridimensionate.



Un altro terreno di scontro è la politica estera. Il Congresso ha deciso di mettere in mora il presidente perché sta proseguendo l'operazione Libia oltre i sessanta giorni consentiti senza un mandato parlamentare ed è estremamente critico della sua politica mediorientale: ultima prova, l'autentica ovazione tributata al premier israeliano Netanyahu, che nel suo intervento davanti alle Camere riunite ha contestato la dichiarazione di Obama che Israele deve tornare alle frontiere del 1967.



Dal momento che mancano ancora diciotto mesi alla scadenza del suo mandato e che non si sa nemmeno chi sarà il suo avversario. Obama ha ancora buone possibilità di riprendersi: ma dovrà trovare una formula accettabile sia alla maggioranza repubblicana del Congresso, sia - e soprattutto - a quel ceto medio che nel 2008 ha votato per lui per rimettere in ordine i conti dello Stato. Per la prima volta nella storia, due grandi agenzie di rating hanno ventilato la possibilità di declassare quei Treasury bond di cui sono pieni i portafogli di tutti gli Stati del mondo, a cominciare da Cina e Giappone; e, per la prima volta, il Pentagono si è schierato contro un intervento militare (in Libia) non solo per ragioni strategiche, ma anche perché costava troppo. Non è certo tutta colpa di Obama: ma quando le cose vanno male, gli elettori di tutto il mondo hanno tendenza a farla pagare al leader di turno.

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