Nei verbali di Tranchina la sua verità sulle stragi

Un mafioso di rango o un personaggio di secondo piano che voleva defilarsi? Mistero fitto sull’uomo fermato a Firenze che avrebbe avuto un ruolo negli attentati del '92. "Una settimana prima della strage di Capaci, Graviano mi disse di non passare dall’autostrada e poi compresi l’avvertimento dopo che avvenne l’attentato. Lo stesso per la morte del dottor Borsellino"

PALERMO. Chi è veramente Fabio Tranchina? È un mafioso col pedigree, uno che (come ipotizzano le procure di Firenze, Caltanissettta e Palermo) sa tanto su stragi, delitti, trattativa tra Stato e mafia e assetti recenti? O più semplicemente un ex manovale di Cosa nostra ormai defilato. Un personaggio di second’ordine che - almeno secondo la tesi dei suoi legali - dopo avere pagato il conto con la giustizia ha deciso di mettere la testa a posto lavorando e alzandosi tutte le mattine all’alba? Secondo il gip Piergiorgio Morosini, che ieri ha convalidato il fermo della Dia, un po’ l’uno e un po’ l’altro. Anche se - come emerge dall’ordinanza - in questo momento si palesa con più forza la «sua attuale partecipazione all’associazione mafiosa» e la «sua attuale vicinanza a soggetti di vertice di Brancaccio», «senza trascurare le rilevantissime dichiarazioni rese su vicende di assoluto rilievo quali la strage di Capaci o il tentato omicidio del vice questore Germanà». Ma qualcosa non quadra, soprattutto ai legali (gli avvocati Giovanni Castronovo e Tommaso Scanio), che parlano di «procedure anomale», visto che il decreto di perquisizione di Firenze, datato 8 aprile, non solo non sarebbe mai stato trasmesso alle Procure di Caltanissetta e Palermo, ma nemmeno eseguito, considerato che Tranchina «è stato bloccato in un albergo a Palermo con un’amante (peraltro la moglie di un ergastolano) e costretto a dire anche cose di cui non sapeva nulla».

IL TENTATO SUICIDIO
Ieri mattina l’ex autista di Giuseppe Graviano - che da martedì pomeriggio è in isolamento ai Pagliarelli - è stato trovato a terra, privo di sensi, dopo un tentativo di suicidio. Il mafioso, che è cognato del boss Cesare Lupo, ha tentato di impiccarsi con un lenzuolo dopo essersi procurato delle ferite da taglio alle braccia e ai polsi. Forse per lanciare un segnale, o più semplicemente per paura di quello che lo potrebbe attendere sia se dovesse uscire dal carcere che se dovesse finire a giudizio per concorso in strage e associazione mafiosa. All’udienza di convalida, ritardata di un paio d’ore, si è presentato in evidente stato di agitazione, e ha esordito dicendo di avere «estremo bisogno» di incontrare sua moglie e sua madre anche davanti ai magistrati prima di rispondere alle domande del giudice.

LE STRAGI E I TELECOMANDI
Nell’unico verbale riempito a Firenze, Tranchina ha esordito dicendo di avere conosciuto Giuseppe Graviano nel 1991, di averne curato la latitanza e di essere così diventato suo uomo di fiducia fino a quando venne arrestato nel febbraio del 1994. «... Una settimana prima della strage di Capaci — ha detto ai magistrati toscani —, Graviano mi disse di non passare dall’autostrada e poi compresi l’avvertimento dopo che avvenne l’attentato. Lo stesso per la morte del dottor Borsellino. Prima dell’attentato più volte mi fece passare da via D’Amelio riaccompagnandolo, ed io non capivo cosa dovesse vedere. Poi, mi chiese di trovargli un appartamento in via D’Amelio e, infine, visto che non l’avevo trovato, ebbe a dirmi che allora si sarebbe messo comodo nel giardino. In via D’Amelio dove è avvenuta la strage in effetti c’era un muro ed un giardino. La mattina della strage io lo consegnai ad altra persona e poi seppi che era avvenuto l’attentato». «(...) Giuseppe Graviano mi chiese di comprargli un telecomando Uht che gli serviva, mi disse, per un cancello. Mi mandò da Pavan a Palermo e costò un milione e 400 mila lire o un milione e 600 mila lire. Mi disse di non dare il mio nome (...). Prima me ne chiese uno e poi un altro. Questo fatto dell’acquisto dei telecomandi lo sappiamo solo io e Giuseppe Graviano. Mi disse di non aprirli che dovevano essere modificati e mi disse che erano ottimi finché non li trovavano (...) se non scoppiavano. Da qui ho capito che servivano per degli attentati».

«DICEVANO: VOTA FORZA ITALIA»
«Io - ha detto ancora Tranchina - non ho prestato rituale giuramento di adesione a Cosa nostra e Giuseppe Graviano infatti mi diceva che non doveva farmi conoscere nessuno, ma in realtà di persone ne ho conosciute tante. Lui si fidava tanto di me perché (...). I Graviano dopo l’arresto di Riina hanno portato avanti le stragi per trovare una trattativa con lo Stato. (...) Ricordo che alle elezioni venivano indicazioni di voto per Forza Italia. (...) Il motivo dei movimenti dei Graviano nel 1993 nel Centro e nel Nord Italia era anche per sfuggire alla pressione su Palermo, che dopo le stragi siciliane del 1992 era particolarmente forte. (...)».

CHI COMANDA A BRANCACCIO
Molto interessanti, sopratutto dalla Procura di Palermo, sono ritenuti i passaggi che riguardano il territorio e l’attualità: « Poiché me lo chiedete — dice infatti il pentito non più pentito —, le mie notizie sull’attualità della struttura mafiosa di Brancaccio, sono dovute al fatto che ho vissuto in tale situazione e poi capita che mangio a casa di mio cognato (...). Io non ho prestato rituale giuramento di adesione a Cosa nostra e Giuseppe Graviano infatti mi diceva che non doveva farmi conoscere nessuno, ma in realtà di persone ne ho conosciute tante. Lui si fidava tanto di me perché io e la mia famiglia eravamo fuori da queste cose. Dopo l’arresto dei Graviano ho curato la latitanza di Fifetto Cannella...». «... Attuale capo mandamento di Brancaccio è OMISSIS con mio cognato Cesare Lupo». Seguono una serie di OMISSIS che riguardano quadri intermedi e «semplici» manovali. «I Graviano ancora decidono chi deve essere il capo mandamento. OMISSIS l’hanno deciso loro».

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