Fiat, occhio privilegiato alla Russia

Marchionne punta ad un'operazione strategica per il gruppo torinese, che conta di vendere nella ex Unione Sovietica almeno trecentomila vetture l'anno. Poco meno del 10% della produzione annuale

Fiat sta cercando il nuovo partner in Russia. Un'operazione strategica per il gruppo torinese che conta di vendere nella ex Unione Sovietica almeno trecentomila vetture l'anno. Poco meno del 10% della produzione annuale. «È il problema che in questo momento ci impegna maggiormente» spiega Sergio Marchionne. Sia per la rilevanza dell'iniziativa, sia per la scarsa disponibilità di tempo. «Dobbiamo chiudere entro aprile». A complicare la situazione la rottura del fidanzamento con Sollers che sembrava avviato verso un felice matrimonio. Il prototipo, un suv dalle linee muscolose, era già stato presentato a Putin e Berlusconi. Poi le cose sono andate diversamente. Ora il gruppo torinese è in trattative, secondo autorevoli indiscrezioni, con Sberbank Capital, la più grande banca di Stato russa, per ottenere il 51% della Darways. Si tratta di un piccolo produttore, centomila auto l'anno, che monta auto cinesi. Con risultati commerciali modesti vista la dichiarazione di fallimento, il trasferimento della proprietà alla banca e ora il possibile intervento della Fiat.



Per il Lingotto la partita russa è molto importante per presidiare un mercato in forte crescita. È partita in ritardo così come in Cina. Ora Marchionne sta cercando di recuperare. In questo senso appare abbastanza improprio l'accostamento, apparso sulla trasmissione Report di domenica sera, fra il gruppo italiano e la Volkswagen. Il colosso tedesco è in piena salute e si prepara a combattere con Gm e Toyota per diventare il primo produttore mondiale.
La Fiat sei anni fa era un'azienda fallita e, se non fosse arrivato Marchionne e il coraggio dell'abbraccio con Chrysler, il destino sarebbe stato segnato con grave impoverimento dell'economia nazionale. Non è il caso di dimenticare che il gruppo torinese nel suo insieme e con l'indotto che muove rappresenta ancora il 10% circa del Pil italiano.
In questo senso appare abbastanza giustificato il rincrescimento di Marchionne per il mancato riconoscimento agli sforzi fin qui effettuati. Ancora ieri Susanna Camuso, segretario generale della Cgil si è dichiarata allergica alla mozione degli affetti «Di che cosa dovremmo essere grati a Marchionne?» si è chiesta. «Tanto più che ancora non conoscimento il nuovo piano industriale». Probabilmente qualche dettaglio in più si conoscerà domani nel corso dell'assemblea annuale degli azionisti. Resta ovviamente la differenza di approccio. A Detroit i sindacati parlano con entusiasmo dell'arrivo di Marchionne. Quelli italiani, invece, non perdono un appuntamento con lo sciopero. Tranne poi protestare se il supermanager minaccia di trasferire il quartier generale a Detroit.

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