La prudenza di Obama nella questione Libia

Un consiglio di qualche interesse può venire alla Superpotenza, in certi casi, anche da un pulpito inusuale e in molti sensi collocabile alla «periferia dell'Impero». Per esempio, in un momento forse culminante della guerra civile ormai esplosa in Libia e al crocevia di sviluppi forse decisivi in tutto il Nord Africa o nell'intero mondo arabo, da una piazza di una regione italiana dedita a riflessioni e concioni recisamente «provinciali». È il caso del consiglio che il ministro dell'Interno italiano Roberto Maroni ha creduto di poter dare al presidente americano Barack Obama in una occasione molto "interna" come la celebrazione, in una piazza di Bergamo, del venticinquesimo compleanno della Lega Lombarda, poi Lega Nord. E che si può riassumere in pochissime parole: «Americani, datevi una calmata». Cioè riflettete prima di intraprendere azioni militari in Libia.


La motivazione è meno convincente del consiglio stesso, anche se è comprensibile: deriva soprattutto dalla preoccupazione che combattimenti ulteriormente intensificati in Libia e una acutizzazione ulteriore delle tensioni e delle passioni degli altri Paesi nordafricani acceleri l'ondata dell'emigrazione in Europa e in particolare in Italia, terra di frontiera.
Un consiglio cui difficilmente Washington risponderà, ma che forse gli Stati Uniti stanno già seguendo, nel senso che se lo stanno rivolgendo da soli. Gli sviluppi degli ultimi giorni, se non addirittura delle ultime ore, segnalano infatti contemporaneamente un approfondimento, e dunque un aggravamento, degli scontri in Libia in una direzione che potrebbe portare dall'insurrezione popolare non, o almeno non subito, a un "golpe" militare come in Egitto e, in America, a un'approfondita riflessione: gli Stati Uniti continuano nei loro preparativi per l'eventualità di un intervento sostanzialmente militare ma al tempo stesso riflettono, a livelli più alti, sui rischi che una decisione del genere comporterebbe e che potrebbero essere più ingenti dei probabili vantaggi. I più espliciti nel mettere in guardia contro una risposta troppo diretta e immediata all'inasprimento della crisi a Tripoli, sono proprio i responsabili del Pentagono, militari e civili. Essi si danno da fare per spiegare, anzi ricordare, che cosa significa in realtà e che cosa richiede la formula della "no fly zone" in Libia. Essa è incantevolmente semplice: la comunità internazionale, dall'Onu alla Nato all'Europa, dovrebbe proibire al regime di Tripoli l'uso di aerei militari nella repressione delle manifestazioni di protesta e della insurrezione in corso in diversi punti di un Paese grande e semispopolato come la Libia. Questo eviterebbe o almeno allenterebbe la "globalizzazione" del conflitto, lo riporterebbe a una serie di scontri locali (anche armati), toglierebbe al regime la mobilità necessaria per la repressione, aiuterebbe in sostanza gli insorti.



Il successo sarebbe sulla carta assicurato, ma richiederebbe misure militari di dimensioni e di "profondità" che possono non apparire evidenti sulle prime. Ogni violazione dell'interdizione dovrebbe essere punita con strumenti militari. Non solo, ma preventivi. Per esempio, ha ricordato il segretario alla Difesa Gates, ciò comporterebbe la distruzione del sistema antiaereo in Libia, ché altrimenti sarebbero gli aerei americani e alleati a trovarsi sotto tiro per primi. Così accadde fra il 1991 e il 2002 nei cieli dell'Irak, a un fine consimile: alleviare la repressione in corso da parte di Saddam Hussein della ribellione nelle regioni sciite e in quelle curde dopo la sconfitta irachena in Kuwait. Funzionò, ma la conseguenza fu una costante escalation verso una guerra aperta, precipitata dall'assalto terroristico di Al Qaida contro New York e Washington nel settembre 2001. Nel caso della Libia non ci sarebbero i termini di una risposta a una diretta aggressione contro gli Usa. Il successo dell'operazione sarebbe certamente più rapido, ma comporterebbe vere e proprie azioni di guerra, che proprio l'esempio dell'Irak dimostra foriere di conseguenze politiche negative.


Il primo a capirlo è Obama, che si trova a un bivio: intervenire per assicurare una rapida vittoria degli insorti sulla dittatura ma "americanizzando" il conflitto oppure continuare ad appoggiare i rivoltosi con strumenti politici ed economici permettendo alla "guerra civile" di prolungarsi o approfondirsi con le conseguenze umanitarie che ciò comporterebbe. Non manca in America (e in alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Gran Bretagna) chi suggerisce la prima soluzione. Ma non manca neppure, al Pentagono e alla Casa Bianca, chi considera troppo alto il prezzo, l'"inquinamento" di un "miracolo": la liberazione di un terzo Paese arabo, dopo la Tunisia e l'Egitto, ad opera delle masse arabe in nome dei principii democratici che starebbero finalmente maturando anche in quella parte del mondo. Questo sarebbe, fra l'altro, il più importante e fondamentale successo della politica estera concepita da Barack Obama: un trionfo della libertà ispirato dal primo leader americano e mondiale in grado di parlare ai popoli del Medio Oriente nel proprio linguaggio che è anche il loro.

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