Le previsioni del futurologo: il computer al posto dei professionisti

Ecco le teorie nel saggio di Andy Kessler. La tecnologia sarebbe destinata a sostituire medici, agenti di viaggio o avvocati. Le nuove categorie saranno i creativi e i "servi"

«L’umanità la divido in cinque categorie: gli uomini, mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, chè mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini. E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre». Il nostro grande scrittore Leonardo Sciascia fa esporre questa suddivisione del genere umano a don Mariano, nel celebre libro Il giorno della civetta.
Alt! Contrordine compagni. Idee provinciali e d'antan, secondo la vulgata dei guru anglosassoni d'oltreoceano. Bisogna voltare pagina. Il futurologo e tecnologo Andy Kessler - quasi un entomologo della società - ha scritto di recente il volume «Eat People», vero e proprio manuale di cannibalismo, che già dal titolo invita a mangiare e divorare professionisti e lavoratori, che la tecnologia prorompente farà diventare inutili. Un peso morto per la società e il business. Una carneficina di attività manuali e intellettuali, lavori fecondi di alta tradizione e lignaggio. Un vero e proprio mutamento antropologico. Una nuova tassonomia.
Il saggio è stato recensito da Daniela Roveda (Il Sole 24 Ore, 19 Febbraio 2011). Secondo Kessler, ex trader, la tumultuosa marea montante di tecnologie farà scomparire categorie benemerite di professionisti: agenti di viaggio, medici, radiologi, avvocati e penalisti, farmacisti, agenti di cambio, notai. Tra qualche anno, a suo dire, quelle descritte saranno attività arcaiche, depositate nelle catacombe della memoria, come spazzacamini, ciabattini, bigliettai d'autobus, cardatori di lana.
Si prospettano due categorie di lavoratori: creatori, quelli che inventano, aumentano la produttività, creano innovazione e ricchezza; servi, quelli che possono esseri sostituiti da un computer, che si dividono in utili e inutili. Questi ultimi comprendono cinque gruppi destinati alla scomparsa: ciondoloni, superciondoloni, viscidi, spugne e ladri.
Ai primi due settori appartengono - con diversa gradazione - gli addetti a classificare carte e apporre timbri; i viscidi lubrificano i meccanismi dei sistemi finanziari; le spugne configurano professioni e lavori a numero chiuso, i quali «succhiano» i nostri soldi; ladri quelli che esercitano a favore di aziende che godono di monopolio.
Queste profezie da Cassandra meritano qualche parola di commento. Sono questi gli scenari provocati dall'imperio crescente della tecnocrazia e dall'idolatria del presunto efficientismo? Personalmente non ci rassegniamo a un avvenire meramente meccanico-informatico. Crediamo ancora nella sopravvivenza selettiva delle idee, ricordando l'affermazione del sociologo Scannagatta: «I giovani grazie alla tecnologia dispongono di un eccesso di prospettive, ma nessuna ha la forza di un progetto».
Lascio ad avvocati, notai, agenti di cambio, penalisti la difesa del valore delle loro professioni che - nel saggio in questione - sono catalogate come pienamente sostituibili da un congegno elettronico.
Desta stupore l'affermazione di Emilio Reyneri - docente di sociologia a Milano - il quale, commentando il libro in oggetto nello stesso quotidiano, pontifica che è destinato a perire il lavoro standardizzato, impiegatizio, ripetitivo che può essere svolto a distanza: come la diagnosi radiologica.
Confesso un forte senso di frustrazione di fronte a una valutazione così infima e ripetitiva della professione di medico radiologo. Ho buttato nel cestino della storia una laurea, una specializzazione e quattro decenni di docenza in radiologia e diagnostica per immagini. Sono classificato servo inutile, della sottospecie «spugna», secondo i nuovi tecno-ideali.
Un filone di pensiero, che appare sempre più vasto, equipara la biomedicina a un sapere paragonabile allo stato delle scienze del mondo inorganico. Tecnica, matematica, fisica, chimica, informatica sembrano essere i paradigmi della nuova sanità. Si invocano modelli matematici per valutare sequele e interrelazioni medico-assistenziali, o per quantificare l'impatto bio-psico-sociale delle nuove tecnologie sanitarie.
Si delinea una medicina che si vuole connotare con una mera attività scientifica fondata su basi rigorosamente oggettive e, quindi, solo su dati analitici, protocolli, flow-chart, algoritmi: tali elementi si occupano di un uomo-macchina, sotto la fattispecie di un riduzionismo meccanicistico. L'essere vivente equiparato a una semplice mappa topografica su base numerica binaria.
Secondo quest'asse concettuale medicina è uguale a scienza quantitativa, che si occupa solo di grandezze misurabili. La normalità diviene la media aritmetica di una persona considerata alla stregua di un assemblaggio di organi. Una anchilosi ideale. Si snatura il biodiritto alla salute, lo statuto del malato, la dignità dell'uomo.
Una professione medica indifferente, algida, plumbea, distante che causa più acute sofferenze, perché alimenta l'errata aspettativa che sia possibile eliminare il dolore con le sole armi della razionalità tecnico-scientifica. La sanità non è una fabbrica, regolata da un computer. Non si produce nulla e non si vende niente. La deriva economica e tecnicistica della sanità ne ha sfregiato i connotati. Essenza della medicina è l'alleanza terapeutica tra medico e malato.
Gli opinion-leader si arrogano il diritto di configurare un sapere medico esclusivamente tecnologico e riduttivo, fondato su categorie astratte, con malattie rappresentate solo da immagini che compaiono sullo schermo di un monitor. Anche gli organi di stampa e mass-media possono concorrere a dare informazioni devianti: uno dei importanti quotidiani d'Italia - nei giorni scorsi - ha sparato in prima pagina il titolo «Il dottor computer cura meglio dell'uomo».
È necessario, per contro, una medicina fondata sull'uomo e collegata con la realtà complessa e non solo con l'immaterialità digitale. Qualcuno ha definito i tempi moderni, edificati sull'informatica «era di brutali semplificatori». Non si può non concordare.
Virgilio Sacchini, oncologo curante di Oriana Fallaci, ha scritto il libro «Dai sempre speranza», edito da Mondadori, ove parla degli ultimi giorni della famosa giornalista, malata di cancro. Devi curarmi come il mio medico condotto - era l'invocazione della Fallaci - trattarmi da persona e non prestare attenzione solo alla malattia. È questo il desiderio intenso e fremente di tutti i malati. fondi@gds.it

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