L'Italia e la Libia, un'amicizia necessaria

Come colonialisti siamo proprio sfigati, se per motivare la folla di piazza Verde così piena di memorie italiane ieri sera Gheddafi ha dovuto promettere la vittoria come avvenne contro il regno d'Italia. Questo nonostante accordi solenni maturati nell'ultimo decennio. Quando Berlusconi si vantava di aver messo fine alle decine di migliaia di sbarchi in Sicilia con il solenne patto di amicizia con la Libia , il centrosinistra gli ricordò che le basi di quel patto erano state messe da Prodi e D'Alema.  Oggi che Gheddafi è tornato il dittatore sanguinario di un tempo c'è un fuggi fuggi che non fa onore alla nostra memoria e tantomeno alla nostra dignità. Nessuno dei signori suddetti, di centrosinistra o di centrodestra, era un matto irresponsabile. E' un nostro interesse primario che chiunque la governi (e Gheddafi la governa da 42 anni), la Libia abbia un rapporto privilegiato con l'Italia.



Il nostro colonialismo, come riconoscono gli storici in buona fede, accanto alle nefandezze tipiche di ogni occupante ha contribuito non poco alla modernizzazione del paese. E adesso che la Libia è diventata lo stato più ricco dell'Africa sarebbe da pazzi non approfittare della fine delle storiche incomprensioni per contribuire con le nostre imprese a uno sviluppo che potrebbe diventare formidabile.
Berlusconi ha avuto il coraggio di chiedere scusa a Gheddafi per le malefatte degli italiani e il trattato di amicizia del 2009 fu approvato in modo quasi unanime dal parlamento. Sarebbe sciocco perdere quello spirito unitario in una situazione che si annuncia drammatica, se davvero - come ha minacciato ieri sera - il leader libico farà esplodere la guerra civile nel vano tentativo di tenere la Tripolitania e riconquistare la Cirenaica. Abbiamo bisogno di unità per sostenere la richiesta internazionale che si arrivi a una tregua, per presentarci compatti dinanzi a un nuovo governo - quando ci sarà - e soprattutto per far fronte alla temuta ondata migratoria.



Sul nuovo governo nessuno osa una previsione, anche perché Gheddafi tenterà di gestire una successione familiare assai discutibile sotto il profilo politico, ma possibile vista la larga disponibilità di soldi e di armi in mano al regime. In Libia non c'è al momento una figura carismatica dell'opposizione, ancorché debole, come Al Baradei in Egitto e gli specialisti si scontrano sulla possibilità che il paese diventi un Afghanistan a poche bracciate da casa nostra. Come Saddam Hussein, Gheddafi ha finora tenuto il pugno di ferro sul suo paese accoppiando la piena osservanza religiosa musulmana con una assoluta tolleranza per le altre religioni.



Sarà ancora così dopo di lui? Avremo una democrazia desiderosa di mettere a profitto le enormi risorse energetiche con un regime islamico semi liberale come la Turchia o un nuovo fronte anti occidentale a forte matrice religiosa come l'Iran? Ricordate come sono finiti gli entusiasmi per Khomeini alla caduta del perfido Scià? Nessuno sa come finirà in Libia. Occorrono dunque prudenza e unità. E a proposito della possibile ondata migratoria, ha ragione il capo dello Stato nel suo invito a non fasciarci la testa prima di rompercela, ma le fasce pronte dobbiamo pur averle visto che il pericolo di qualche sassata umanitaria è più che concreto. In caso di emergenza solo una granitica solidarietà nazionale potrà sperare di scalfire il gelo di un'Europa così maldisposta.

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