Gheddafi e il destino dei dittatori

Lo scenario è senza precedenti, il corso del destino no. L'agonia di Muhammar Gheddafi finisce con l'assomigliare a quella di tanti dittatori, chiusi in un bunker circondato dalle fiamme, senza speranza, capaci soltanto di rappresaglie anche feroci e di bravate che cadono sempre più nel vuoto.



L'ultima dall'uomo arroccato a Tripoli è l'"arma del petrolio": la minaccia, presentata anzi come decisione, di mettere il sigillo ai pozzi per "punire" i Paesi stranieri che a parere del colonnello sarebbero responsabili dell'insurrezione che gli sta costando il posto e probabilmente gli costerà la vita. A una misura analoga fece ricorso, fra gli altri, Saddam Hussein nel corso della prima Guerra del Golfo, senza mutarne l'esito. È ancora più improbabile che abbia successo Gheddafi, anche perché gran parte del petrolio libico si trova in una regione del Paese in cui il regime ha già perso il potere: la Cirenaica è non solo la culla della presente insurrezione ma anche la roccaforte e le mani sui pozzi ce l'hanno gli altri, i Nemici. Che Gheddafi ora "smaschera", in questa atmosfera di Apocalisse, come "marionette" non più e non tanto dell'"imperialismo occidentale", quanto di un lupo solitario, Osama Bin Laden.



Difficile invero immaginare un complotto in cui gli Stati Uniti e Al Qaeda sarebbero complici e di fatto alleati, ma l'attribuzione non è in questo caso del tutto cervellotica. Fra Bin Laden e Gheddafi, che pur formalmente si richiamano entrambi all'integralismo islamico, regna da sempre una ostilità che confina con la guerra e che ha lasciato già i suoi morti negli atti terroristici dell'uno e nelle repressioni dell'altro.
In Occidente si è parlato relativamente poco di questa "guerra fra terroristi": un po' per pigrizia di informazione, molto per evitare che si confondessero ulteriormente i lineamenti del nostro Nemico, un po' come accade a proposito della guerra civile somala e perfino della faida secolare tra sunniti e sciiti. Regna da noi una sorta di rassegnata illusione: che lo sforzo di conoscere il nemico sia deleterio alla volontà di combatterlo.



A parte che il mondo ignora da ormai dieci anni se Bin Laden sia vivo o morto, non appare verosimile che la sua indubbia capacità cospiratoria e terroristica implichi anche una attitudine a muovere le masse, anche fondamentaliste. La rivoluzione libica, così come quelle tunisina ed egiziana, è nata nelle piazze non nelle caverne. Ciò non esclude che i settari possano approfittarne per afferrare il potere nelle fasi di "stanca" che prima o poi sempre succedono a quelle di euforia. Analogamente improbabile, o almeno eccessiva, è l'ipotesi della congiura alternativa, la "trama" telecomandata da Washington.
Una conseguenza dei moti che sconvolgono il mondo arabo potrebbe essere una apertura alla democrazia, ma è ipotesi a lunga scadenza, destino alternativo nei prossimi decenni. La realtà di oggi è, pur difficile da interpretare, di dimensioni concettualmente più modeste, particolarmente in Libia. Tutto indica che un fattore molto importante nella tragedia di questa guerra civile siano le realtà tribali, fortissime nel Paese in questione, forse più che in ogni altro. Le prove risalgono ai tempi dell'occupazione italiana che, dopo le prime battaglie con le truppe di guarnigione turche che presidiavano quella provincia dell'Impero Ottomano, incontrò ben poca resistenza a Tripoli e dintorni e incappò invece in una guerriglia durata anni da parte delle "confraternite" dei Senussi, che quando gli inglesi cacciarono dalla Libia gli italiani produsse la monarchia che Gheddafi voleva rovesciare.



È curioso che gli avvenimenti odierni accadono esattamente cento anni dopo la nostra penultima "impresa" coloniale, quella iniziata e voluta da un cauto statista democratico come Giovanni Giolitti. Di Libia parlavano gli italiani. Per gli indigeni il nome era sepolto da millenni. Rinacque dopo che gli ultimi a battezzare così questa terra erano stati gli antichi romani. Una ricostruzione "filologica" a fini propagandistici. Perfino Giolitti parlava di Tripoli. Il primo a menzionare la Libia sarebbe stato un suo successore, che nel 1911 aveva coniato uno slogan rimasto nella storia: «Non un soldo né un soldato per la guerra imperialista». Benito Mussolini doveva cambiare idea in meno di quattro anni.

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