Nel mondo arabo una crisi dal futuro incerto

A mano a mano che la insurrezione si estende nel mondo arabo (ieri ha cominciato a muoversi anche il Marocco) e aumenta il numero delle vittime, si acuiscono i problemi che essa pone all'Occidente. Alla naturale simpatia verso cittadini in rivolta contro regimi autoritari e oppressivi si contrappone la paura che i tumulti di piazza finiscano con il favorire l'avvento di governi ostili, che potrebbero stravolgere gli attuali, precari equilibri del Medio Oriente.
Una spia di questa preoccupazione è la graduale ascesa del prezzo del petrolio, aumentato del 30 per cento rispetto a settembre. Ma si teme anche una ripresa del conflitto israeliano-palestinese, una presa del potere di elementi islamisti, una nuova ondata di profughi verso l'Europa. Tutti concordano che ci troviamo in presenza di avvenimenti epocali, ma ci sono opinioni contrastanti sul loro sbocco. Finora l'unico punto fermo è che le forze armate stanno avendo ovunque un ruolo decisivo: dove i militari si schierano con i dimostranti, come in Egitto e in Tunisia, i regimi crollano; dove invece restano fedeli ai governi, come in Libia, in Bahrein e (sembra) nello Yemen, i rivoltosi rischiano un inutile bagno di sangue.
Ogni Paese presenta problemi diversi. Nel caso della Libia, è l'Italia a rischiare di più, nel senso che l'estensione della rivolta potrebbe portare a una ripresa delle partenze dei barconi carichi di disperati verso la Sicilia, a interruzioni nelle forniture di petrolio e di gas e possibilmente a una secessione della Cirenaica, con relative ripercussioni sul Trattato di amicizia del 2009. Per Algeria e Marocco, sono preoccupati soprattutto i francesi.
Ma sono gli Stati Uniti, che pure hanno incoraggiato la rivolta in Egitto e continuano a invitare tutti i governi ad astenersi dall'uso della forza, a vedere minacciato tutto il loro sistema di alleanze. Il caso del Bahrein è sotto questo punto di vista, esemplare. 
La famiglia sunnita degli Al-Khalifa, che lo governa da due secoli, è stata fin qui la più fedele amica dell'America nel Golfo, tanto da mettere a disposizione l'isola come base per la Quinta flotta. A rivoltarsi contro il suo dispotico dominio non è un'opposizione democratica, ma la maggioranza sciita della popolazione, che si sente discriminata e vorrebbe liberarsi della monarchia.
Ma una sua presa di potere potrebbe avere ripercussioni catastrofiche sull'intera regione: offrirebbe una specie di testa di ponte all'Iran sulla sponda araba del Golfo, incoraggerebbe gli sciiti dell'Arabia Saudita - numerosi soprattutto nelle province più ricche di petrolio ed egualmente oppressi dai sunniti, a muoversi a loro volta, e contribuirebbe a destabilizzare anche il Kuwait, il Qatar e gli Emirati. Non a caso re Abdullah è il più acceso fautore della repressione, e continua ad invitare Obama alla prudenza; e per quanto tenda a schierarsi a favore dei dimostranti, il presidente non può ignorare che se il «domino mediorientale» investisse anche il maggiore produttore mondiale di petrolio, l'economia occidentale subirebbe un colpo gravissimo.
Per questo, all'interno dell’amministrazione americana si è acceso un dibattito che ha prodotto una serie di dichiarazioni contraddittorie. A complicare la situazione, c'è poi il fattore Israele, che nonostante le recenti incomprensioni rimane il più solido alleato degli Stati Uniti nella regione. Gerusalemme teme, nonostante le assicurazioni ricevute dai militari, un'evoluzione a lei ostile in Egitto, ha paura che la maggioranza palestinese si ribelli e prenda il potere in Giordania e non sa che cosa il contagio potrebbe produrre nei territori occupati: di qui deriva una accentuata sindrome dell'accerchiamento, che certo non favorisce i negoziati di pace.
Insomma, mentre prendiamo atto con orrore della carneficina di Bengasi e guardiamo con sempre maggiore preoccupazione all'evoluzione della situazione in Tunisia, cominciamo a renderci conto che la rivolta della piazza araba avrà conseguenze durature a livello globale. E mentre speriamo che, dopo lunghe dittature, i Paesi coinvolti approdino a una forma accettabile di democrazia - come è accaduto in Indonesia - i timori che al vecchio ordine possa invece subentrare il caos crescono di giorno in giorno.

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