Egitto, verso il compromesso

Dopo due settimane di passione, in cui i tifosi della rivoluzione avevano sperato in una cacciata violenta del presidente Mubarak e i sostenitori della Realpolitik temuto sviluppi capaci di incendiare tutto il Medio Oriente, la crisi egiziana sembra avviata a una soluzione di compromesso: quasi un miracolo per una regione dove la violenza tende spesso a prevalere, e le interferenze esterne (prima fra tutte quella di Obama, che a un certo punto, dimentico che il Rais è stato per trent'anni uno dei migliori alleati dell'America, aveva chiesto un immediato cambio di regime) stavano ulteriormente complicando le cose. Per una volta l'Italia, per bocca sia di Berlusconi, sia di Frattini, si è dimostrata la più equilibrata, sostenendo che una destituzione di Mubarak sotto la spinta della piazza sarebbe stata troppo destabilizzante.
La svolta è avvenuta ieri, quando le opposizioni, compresi i Fratelli Musulmani, hanno finalmente accettato di incontrare il vice presidente Suleiman, l'uomo su cui l'Occidente punta per assicurare una pacifica transizione alla democrazia. L'uomo forte del regime ha promesso una liberalizzazione graduale da qui a maggio: abolizione dello stato di emergenza, riforma della Costituzione e della legge elettorale, libertà di stampa, liberazione dei prigionieri politici, persecuzione dei responsabili delle provocazioni della scorsa settimana, elezioni libere entro l'estate, conferma del ritiro di Mubarak a settembre e della rinuncia di suo figlio a succedergli. Queste concessioni, unite all'annuncio di una ristrutturazione in senso liberale del partito di governo, non hanno soddisfatto tutti i suoi interlocutori (I Fratelli Musulmani le hanno definite «insufficienti», ed è difficile prevedere se basteranno a calmare le centinaia di migliaia di persone che anche ieri hanno invaso la Piazza della Liberazione e insistono per le dimissioni del Rais. Ma il dialogo è avviato e la spinta radicale comincia a perdere forza.
Ieri ha riaperto la maggioranza delle banche, hanno ripreso parzialmente i commerci e la polizia è ricomparsa nelle strade della capitale senza suscitare reazioni violente. E' stato il comportamento dell'esercito, comprensivo verso le richieste dei dimostranti ma contrario, almeno nei vertici, a uno smantellamento immediato del regime che avrebbe minacciato anche i suoi cospicui interessi economici, a impedire che un movimento di popolo sfociasse in una rivoluzione. A un certo punto gli oppositori, a cominciare da El Baradei, si erano illusi che i militari si sarebbero schierati con loro; invece, dopo un momento di sbandamento soprattutto nei ranghi intermedi, le forze armate sostengono in pieno il tentativo di Suleiman di salvare, da un lato, l'onore di Mubarak e dall'altro di avviare senza scosse devastanti il Paese verso la normalità. Il generale, già capo dei servizi segreti e uomo di notevoli risorse diplomatiche, sembra ora in controllo della situazione; e se gli estremisti di una parte e dell'altra saranno arginati, ha buone probabilità di riuscire nei suoi intenti.
Una soluzione negoziata della crisi egiziana, sia pure ancora tutta da definire, farebbe tirare un sospiro di sollievo a molta gente: all'Occidente, che non può permettersi di perdere un alleato come l'Egitto; a tutti gli altri governi del mondo arabo, cui il crollo del regime di Ben Ali in Tunisia e la rivolta della piazza contro Mubarak fanno temere un effetto domino; a Israele, che fin dall'inizio aveva suonato l'allarme per le conseguenze di una possibile presa di potere di elementi islamisti sulla pace in Medio Oriente. Non è detto, tuttavia, che il ventilato accordo tra il potere egiziano e l'opposizione calmi anche le acque in Giordania e negli altri Paesi cui si stava estendendo la cosiddetta «rivolta di facebook». Anzi, il sia pure parziale successo dell'opposizione al Cairo potrebbe addirittura attizzare le fiamme; ma almeno la prospettiva di un mondo arabo che esplode tutto in una volta pare scongiurata.

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