Egitto, l’imbarazzo del mondo occidentale

Il primo statista e quasi l'unico che ha potuto permettersi di dire quello che davvero pensa a proposito degli eventi in Egitto, è stato il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle, che ha confessato di essere "molto preoccupato". Il governo americano non può permettersi una tale sincerità, perché è troppo coinvolto nel Medio Oriente, è troppo potente ed è anch'esso turbato ma non può confessarlo in chiari termini. E allora ecco Hillary Clinton navigare fra due sentimenti plausibili ma inconciliabili: l'incoraggiamento ai "moti liberali" al Cairo e l'interesse della Realpolitik della continuità del potere in Egitto.
La "dottrina" democratica porta l'opinione pubblica Usa a solidarizzare con i dimostranti, con i contestatori, con coloro che chiedono più apertura e più libertà; la prudenza impone di augurarsi che il regime contestato non venga troppo indebolito. Mubarak non può essere presentato come un reggitore ideale ma non può neanche essere bollato per quello che probabilmente è, vale a dire l'equivalente egiziano del tunisino Ben Alì, cacciato dal potere da dimostrazioni quasi interamente pacifiche. Alì governava male, non minacciava nessuno all'estero, non era necessario a nessuno. Mubarak guida il Paese più popoloso del mondo arabo, il pilastro della strategia Usa del Medio Oriente, la più solida garanzia per Israele. Agli americani piacerebbe che egli fosse un miglior democratico, ma spiacerebbe che perdesse il posto e aprisse in Egitto un'era di incertezze se non di caos.
Ecco perché non solo l'America ma tutto l'Occidente (ma anche i regimi arabi moderati) non possono non essere solidali con i diritti di 86 milioni di egiziani ma auspicano soprattutto che il Paese non venga "destabilizzato", perché ciò incrinerebbe gli equilibri dell'intero Medio Oriente. Questo perché il giudizio su Mubarak è sempre stato misto e dipende in gran parte dalle alternative. La versione ufficiale del Cairo è, da decenni ormai, che l'opposizione consista principalmente nei Fratelli Musulmani, movimento integralista anche se finora non direttamente coinvolto in metodi violenti. Il rischio è stato considerato finora semplicemente troppo grosso, anche se va presa con le molle l'equazione preferita dal regime fra i Fratelli Musulmani e Al Qaida. Uno dei problemi è che non è facile quantificare la forza di questa organizzazione né l'appoggio che essa gode fra le masse egiziane e questo perché Mubarak non ha mai preso il rischio di permettere elezioni in cui anche i Fratelli Musulmani potessero contarsi. La penultima volta essi avevano portato in Parlamento pressappoco un quinto dei seggi, ma nell'ultima sono stati invece praticamente esclusi dalle votazioni. L'opposizione "ufficiale" si compone di elementi moderati praticamente cooptati alla Camera dal partito di governo. Un episodio particolarmente pittoresco è quello dei comunisti, cui è stato "regalato" un seggio e che ciononostante hanno contestato il risultato delle elezioni sostenendo in pratica di non meritarselo.
Il fatto nuovo che sbilancia tutti i precedenti e tutte le previsioni è che le masse egiziane che stanno scendendo in piazza non sono guidate né dall'establishment "moderato", né dai movimenti integralisti. È venuta fuori di colpo una forza nuova, fatta soprattutto di giovani relativamente "laici", che non recitano il Corano ma citano in coro e scrivono sui cartelli frasi di Martin Luther King (anche loro hanno "un sogno") o addirittura di Barack Obama: "Yes, we can". E i loro cahiers de doléances sono prevalentemente economici: vogliono più libertà ma soprattutto meno inflazione, meno disoccupazione; più libertà ma soprattutto più pane. Il 40 per cento degli egiziani vive con meno di due dollari al giorno e tanti di loro sono giovani. Come già si è visto in Tunisia, la crisi economica mondiale colpisce soprattutto i Paesi più poveri. Ma in Tunisia, Paese di 10 milioni di abitanti relativamente isolato dai "punti caldi" del globo, ci si può permettere meglio di fare esperimenti che non in uno di 86 milioni che confina fra l'altro con Israele e in particolare controlla i "sigilli" a Gaza. L'intera architettura di pace nel Medio Oriente verrebbe messa in crisi da un crollo di quel "muro" di cui meno si parla e che tiene separati il "gigante" egiziano da quella striscia tormentata, sovrappopolata, misera e sanguinante cui però non si riesce a trovare un diverso destino. Il presente regime egiziano, con tutti i suoi ovvii difetti, aiuta a tenere in piedi un equilibrio che appare come il male minore. La "rivoluzione" possibile avrebbe sbocchi imprevedibili. È stata messa in moto, con molti buoni motivi, da masse di giovani "moderati", ma potrebbe finire in pugno da chi persegue ben altri obiettivi.

fondi@gds.it

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