Cgil e difesa di regole vecchie

Rivoluzione liberale e federalismo, almeno sotto il profilo dei contratti di lavoro. La Fiat è riuscita a realizzare con poche mosse le riforme che il centro-destra, in 15 anni non è ancora stato in grado di portare in porto. Il significato profondo del voto di Pomigliano prima e di Mirafiori dopo, da questo punto di vista è molto chiaro. Marchionne e la Fiat hanno dimostrato che cambiare si può. E si può fare senza umiliare il sindacato che, nelle grandi fabbriche, resta un elemento essenziale di stabilità. Da questo punto di vista la Fiom ha certamente ragione nel rivendicare la larghezza del suo consenso che, a Mirafiori, ha raggiunto livelli elevati. Nessuno stupore. Nello stabilimento torinese è raccolta l'aristrocrazia del movimento operaio italiano. Davanti a quei cancelli è passata la storia del sindacato. Per la sinistra quello stabilimento rappresenta una sorta di castello incantato. La culla di una parte non trascurabile della classe dirigente della Cgil e del Pd (quando ancora si chiamava Pci). Ecco perché la Fiom ha comunque ragione nel non dichiararsi sconfitta. Ma proprio per questo non può lamentare di essere vittima di discriminazioni. Casomai il contrario. A Pomigliano prima e a Mirafiori dopo i meccanismi della democrazia hanno funzionato nel migliore dei modi possibili. Bisogna aggiungere che quando la Camusso afferma che il voto ha bocciato il «ritorno al modello autoritario» va troppo in là. Non si capisce a quale modello si dovrebbe tornare. Né da quale voto sia stato bocciato. Ha già dimenticato che hanno vinto i sì?
L'accordo è stato accettato da Cisl e Uil e poi sottoposto al voto degli operai. Il risultato non è stato favorevole alla Fiom. Cose che capitano nel gioco democratico. Le minoranze hanno diritto alla tutela. Ma non possono negare il ruolo della maggioranza. Tanto più che, nella storia recente dell'Europa, il ricordo della dittatura delle minoranza suscita ricordi piuttosto tristi e sgradevoli. Né vale il discorso della caduta di rappresentanza. Non è stata l'arroganza della Fiat a mettere fuori la Fiom. È stato lo stesso sindacato a ritirarsi dalla fabbrica rifiutando la propria firma all'accordo. Neanche quella «tecnica» proposta dal segretario generale Susanna Camusso proprio per tenere la Cgil all'interno dello stabilimento .
Oggi la Fiom lamenta la lesione dei diritti. Ma forse fa un po' di confusione con le tutele. Dieci minuti in più di pausa non sono un diritto che, come tale, non sarebbe negoziabile. Casomai si tratta di una tutela fissata da un contratto. Come tale trattabile. Soprattutto se il sacrificio viene compensato in denaro. C'è invece il forte sospetto di un'altra confusione. Quella fra diritto e abuso. Come per esempio i picchi di assenteismo in coincidenza con qualche ponte festivo. Oppure in occasione di qualche partita di calcio particolarmente importante. Infine la regolamentazione del diritto di sciopero. Esiste nelle aziende pubbliche. Perché è vietato estenderla in quelle private?
In realtà è forte il sospetto che dietro la protesta della Fiom ci sia solamente la difesa blindata dell'esistente. Incapace di proporre soluzioni nuove il sindacato rosso si appiglia alla difesa di regole vecchie.
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